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Degustare con i sensi

Senza protagonismi, senza presunzione, senza tessera politica. Ovvero le acrobazie della (s)comunicazione.

Massimo Billetto
FotografiaLa lingua italiana è un patrimonio inestimabile, come, e più, dei nostri beni culturali e delle nostre bellezze paesaggistiche. Forse proprio perché così bella e gratuitamente a nostra disposizione, al pari del patrimonio artistico, abbiamo talvolta la tendenza a dimenticarla, alterarla, violentarla.
 
Un consistente bacino di violentatori della lingua italiana appartiene senza dubbio al mondo dei “comunicatori del vino”, siano essi sommelier, giornalisti, blogger o scrittori free-lance (di solito quando nessuno ti vuole così ci si auto-definisce). La critica enologica pullula di descrizioni la cui interpretazione richiederebbe una specializzazione in psichiatria, perché v’è da chiedersi quale causa possa ispirare in un degustatore, di fronte a un bicchiere di vino (sì, di semplicissimo VINO), l’uso di termini quali “concavo”, “convesso”, “lampeggiante di cromatismi”, “profumato come un tramonto”, “ologrammatico” (tutto realmente letto, e non da me inventato).
 
Il tentativo di mettere al centro della comunicazione non il vino, ma chi lo descrive, in una forma di grottesca autocelebrazione, allontana il pubblico. Per ogni “like” catturato su Facebook da idolatranti quanto ottusi fan, si ottiene l’effetto di allontanare quel popolo che continua a consumare i vini in Tetrapak che, non a caso, continuano a mietere i più alti fatturati di settore.
 
Il vino è figlio della quotidianità contadina, è espressione della terra semplice, schietta e sincera.
Per quale motivo, per descriverlo compiutamente, non possiamo usare termini corretti grammaticamente e soprattutto chiari e diretti? Il vino è parte del nostro stile di vita, è uno straordinario e unico, lui sì, veicolo di comunicazione. Non ha bisogno di forzature lessicali.
 
In una bottiglia di vino c’è un chilo di uva, prima coccolata e poi spremuta. Non ci sono ideologie, non ci sono declinazioni politiche.
 
Gli arzigogoli linguistici somigliano sempre più proprio al modo di esprimersi di una parte dell’attuale classe politica, quella faccendiera, ignorante e urlante.
 
Nel tentativo di emulare Dante, stiamo diventando tanti Razzi.
Fotografia
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