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Grappoli di rabbia, pensieri e parole dalla Mother Road
Pubblicato il 22/03/2013
Fotografia

La Route 66 è la strada che non solo taglia trasversalmente gli Stati Uniti, ma lega intere generazioni di uomini, di stili, di mode e di pensieri. È la strada di Easy Rider e dei Chopper di Peter Fonda e Jack Nicholson, di Bob Dylan, di Bobby Troup e Nat King Cole, delle Harley Davidson e delle Corvette. È la Strada Madre, è il filo che ancora oggi unisce l’America “on the road”, dove tutto è possibile, nel bene e nel male. L’America che sa essere spietata ma dove a ogni essere umano viene concesso il diritto di coltivare un sogno e di inseguire una speranza. L’America dove se non vali nulla vieni inesorabilmente annientato dal sistema ma se sei bravo nessuno ti chiede paternità o pedigree prima di aprirti la porta verso il successo.

Sul pontile del Pier di Santa Monica, il lido dorato di Los Angeles, una sgangherata quanto affascinante protuberanza sul Pacifico, finisce la Route 66, dopo quattromila chilometri da sogno e da incubo da Chicago alla California. Prendo una pausa di meditazione, gli occhi all’Oceano e il pensiero a John Steinbeck che della Mother Road fece il romanzesco teatro del suo “Grapes of Wrath”, nel quale racconta il dolore e l’orgoglio di chi è costretto a emigrare perché ha perso tutto a causa della recessione e della ferocia dell’alta finanza.”Grappoli di rabbia” quanto mai attuali pensando al mio paese lontano, dove il desiderio di mollare tutto sta rischiando di diventare una necessità inderogabile per molti.

Nonostante la crisi mondiale qui c’è, vivo e palpabile, un universo in moto. Qui, dove mi trovo per portare agli americani le mie conoscenze sul vino, il mercato è fervente, è in crescita. La produzione vinicola aumenta, gli ettari vitati sono in continua espansione, sono in corso di valorizzazione nuove aree vinicole. Ho assaggiato un Cabernet Franc dei Finger Lakes da brivido e un Pinot Noir di Marin County da poesia. La crisi non ha intaccato la voglia di crescere, la voglia di sognare, il desiderio di provarci. Mi dicono di essere depositario di stile e di conoscenza, in quanto italiano, come tanti italiani. Siamo ammirati, richiesti, stimati. Mi giunge notizia che dopo due giorni di insediamento in parlamento sono stati depositati da singoli deputati centinaia di disegni di legge uno più idiota dell’altro, inutili tentativi di dare voce a orticelli privi di interesse per la causa comune della nazione. La classe dirigente è sempre l’espressione dell’indole popolare.

Siamo un insieme di solisti, tutti desideriamo essere solisti. Sappiamo anche essere degli straordinari solisti, abili e virtuosi. Ma con tanti solisti non si fa un’orchestra, e soprattutto non si realizza un concerto, ma una fastidiosa cacofonia.

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