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L'EDITORIALE / La nostra intervista a Gigi Proietti del 1994
Pubblicato il 02/11/2020
Era Agosto 1994 quando abbiamo fatto questa intervista al Maestro, per Il Sommelier italiano.
Ci piaceva sapere cosa pensavano i grandi del vino, ci piaceva raccontare le loro emozioni e quelle idee che divennero poi il nostro filo conduttore di una voglia di crescita culturale.
Poi arriva il Duemila e lui, Gigi Proietti, viene a rendere prezioso il nostro Oscar del Vino 2005!
Fotografia
Intervista di Paola Simonetti
 
Chi è Gigi Proietti?
‘Nnaamo bbene… non sono la persona più adatta a parlare di me. Me lo devono dire gli altri, specialmente quando si fa un mestiere pubblico. Nel privato… non lo so neanche lì. Non è che mi ami moltissimo, però un po’ me piacio… 

Fare l’attore è una vocazione? Come ha iniziato?
Ho cominciato per caso. All’università c’era una scuola di recitazione e lì è nata l’occasione. Mi chiamò Cobelli che allora insegnava mimo, mi chiese di partecipare allo spettacolo, io ero un po’ perplesso ma accettai per vedere come andava. La critica ne parlò bene, ebbi subito offerte di lavoro, in più mi divertivo e allora mi dissi: questo è quello che fa per me. L’ho fatto per gioco, l’innamoramento è venuto dopo. Ho imparato ad apprezzare il teatro quando ho iniziato a soffrirci dentro. 

Riuscirebbe a lasciare questo mestiere?
No. Farei qualcosa  sempre all'interno di questo settore, ne sceglierei una branca, magari la produzione, come sto già facendo e che in questo momento amo moltissimo. In questo ambito io rispondo di me stesso, in altri non saprei fare niente. Al limite andrei a dirigere un’orchestra, comporrei musica, però sempre nell’ambito della comunicazione e sempre dal vivo.

Qual è il suo rapporto con i giovani? 
Quando alla fine degli anni ‘70 ho aperto il Laboratorio, il contatto con i giovani, con le nuove generazioni per me, allora trentasettenne, è stato ahimé, spesso conflittuale. Uno si sente un po’ scavalcato, e questa scuola, al di là dei meriti o demeriti che ha sul piano tecnico professionale, mi ha insegnato la tolleranza. Oggi non ho più di queste conflittualità perché un giovane allievo può essere mio figlio ormai. Allora no, poteva essere ancora un rivale.

Secondo lei ci si paragona solo sul piano dell’età?
Probabilmente sono stato uno sbagliato da questo punto di vista. Non è un mea culpa, ma riconoscere una voglia di primeggiare del tipo “troppe pagnotte devi magna’…” che sono l’aspetto peggiore in una dimensione educativa.

E denota anche una certa insicurezza…
Conosco l’esistenza di questo tema, di questo strano filo sotterraneo che a volte determina le difficoltà di comprensione e di comunicazione tra le generazioni. Ecco cosa bisognerebbe cominciare, o ricominciare a fare in Italia.

I giovani che si avvicinano con lei al teatro, cosa cercano e cosa si aspettano?
I primi tempi non avevano ben capito, erano gli anni di Drive In e magari veniva qualcuno con la sicurezza di potere, attraverso questa scuola, andare a fare il monologhetto in televisione Qualcuno ancora la pensa così, molti altri hanno un atteggiamento più concreto, più serio, molti son proprio interessati al teatro, alla comunicazione teatrale. Hanno qualche ambizione in più. Idea legittima e anzi auspicabile da parte dei giovani, poi cercano affermazione e successo.

Si diventa ricchi a far gli attori di teatro?
No, assolutamente. Si guadagnano soldi se si fa pubblicità. Una volta diventavano ricchi gli attori di cinema, oggi non è più così, tutto si è molto ridimensionato.

E questi giovani lo sanno?
Non lo sanno molto bene all'inizio. Lo imparano subito però. Ma il fatto di cominciare a guadagnare ancora divertendosi è una grossa sirena.

E poi non tutti diventano Gigi Proietti…
Questa professione è in crisi perché non è più chiaro cosa significhi, si confonde col personaggio, vediamo a volte un personaggio televisivo che si mette a far teatro. Non ha quella preparazione che un tempo per esempio si richiedeva, molta gente recita perché nel nostro paese c'è stata una lunga stagione nel cinema con gente presa dalla strada. E questo ha portato ad un indebolimento delle peculiarità, delle caratteristiche che si richiederebbero ad una persona che stabilisce di mettere la propria fisicità e la propria intelligenza al servizio di un fatto espressivo. Molti dei giovani che non hanno avuto questo tipo di messaggio lo fanno così questo mestiere, e occupano degli spazi... da una parte. Dall'altra il nostro teatro ha ereditato un sacco di equivoci: teatro più alto, teatro colto, non colto, teatro politico, teatro di prosa, non di prosa. Sono equivoci. Odio quando si parla di cultura alta e di cultura bassa. Per esempio lo steccato, la demarcazione tra Teatro di Prosa e lo spettacolo in genere, è stupida. Certo uno può fare una cosa molto nobile e un altro no. Ma questo dipende dalla capacità, dalla voglia, dalla cultura e dalle prospettive singole di ciascuno. Istituzionalizzare la differenza mi sembra assurdo perché si può fare uno spettacolo sublime facendo cabaret e fare invece una cosa schifosa facendo l'Amleto. Il nostro teatro soffre della sindrome del letterario, l'atteggiamento della nostra critica è sempre stato quello di determinare la qualità di quello che uno fa partendo dal testo che sceglie. Ma il teatro non è il testo - che certo è importantissimo all'evento teatrale scenico - ma non è il testo. 

Ma la critica conta poi molto?
Fortunatamente nel nostro paese la critica non conta quasi più per niente e per colpa dei critici stessi, a causa di un loro arroccamento su certe posizioni e dell'uso di un linguaggio che certo non è di comunicazione nei confronti del lettore di un giornale medio, per quanto onorevole. La critica non si è mai interrogata seriamente su chi debba essere il suo interlocutore.

Sicuramente non le è mai successo e non le capiterà mai ma se lei andasse una sera in palcoscenico e trovasse il teatro semivuoto come reagirebbe e cosa proverebbe?
Panico. Quando ho iniziato non mi preoccupavo minimamente del pubblico perché mi dicevo: faccio teatro per me poi se vengono, vengono, sennò… Poi c'è stata una mutazione antropologica in me. Ora se non trovassi pubblico, specialmente in uno spettacolo nel quale sono abituato al pubblico, succederebbero varie cose. Prima di tutto una sorta di improvvisa profonda malinconia, magone, è finito tutto! Secondo, quel poco pubblico vedrebbe uno spettacolo sbagliato perché i miei spettacoli sono basati su certe reazioni, molto di complicità, che scandiscono addirittura dei ritmi, a parte l'applauso, ma la risata, la battuta sono fondamentali. Terzo, la paura, perché essendo soprattutto imprenditore di me stesso...

Di Gigi Proietti hanno detto tutto e il contrario di tutto: magnetico, accentratore, egoista, generoso, bisbetico, simpatico, bravissimo, intelligente, professionale, estemporaneo, umile, vanesio, bello, brutto: in quale aggettivo si riconosce? 
Né intelligente né stupido. Credo di avere un’intelligenza media e ognuno poi nella propria intelligenza trova la cosa nella quale è un pochino più brillante. Non capto tutto ciò che è matematico, per me è come il turco, non ce la faccio proprio, c'ho provato ma non ce la faccio.
Non è vero che io sia egocentrico, casomai posso avere avuto - e la cosa sta pure finendo - una voglia sfrenata di esibizionismo, ma non collegato ad un fatto narcisistico, quanto alla voglia di esserci, non a caso faccio questo mestiere. Umile nel significato più concreto del termine forse sì, anche un po' scemo, a volte. Poi di veri difetti ne ho a bizzeffe, ho le mie nevrosi, ma sono innamoratissimo delle mie nevrosi. 

Bello o brutto?
Assolutamente brutto. Secondo i canoni che ho imparato a considerare se oggi io vedessi uno come me direi "ammazza com'è brutto!" Ma lo dico senza voglia di farmi dire che non è cosi, e per molto tempo pure antipatico. Adesso meno. Sono meno antipatico ultimamente ma che per molto tempo sia stato considerato antipatico, anche dal pubblico, è vero.

Non si perdona agli altri di essere troppo bravi.
Sì, ma adesso me lo perdonano di più. Non che adesso sia meno bravo. lo ho avuto una specie di applicazione maniacale, scientifica alla parola, al gesto. C'ho messo tantissimo tempo a cercare sempre la via più difficile della comunicazione. Non so da cosa dipenda ma questo ha dato un’immagine del tipo "ma chi se crede de esse?" L'ho sentito, anche dal mondo dello stesso ambiente. Questa cosa ora s'è molto smussata ma ancora resiste da qualche parte e che ci sia qualcuno che lo pensi non mi dispiacerebbe neanche. Non mi va di essere un personaggio troppo facile, ecco. Ce ne sono alcuni, li vedo e non provocano nessun brivido

Che rapporto ha con il cibo e con il vino?
Adoro il convivio in generale e tutto quanto riguarda la tavola, anche se io mangio pochissimo, specialmente quando lavoro, però mi piace moltissimo stare a tavola. Mangio ancora fuori al ristorante la sera e mi piace stare li, incontrare qualcuno, stare con gli amici, parlare, pettegolare, adoro stare a tavola, in questo sono proprio rinascimentale e di conseguenza credo di aver bevuto vino in quantità industriali. Quando incontro qualcuno che magari non vedo da un anno e gli dico che non bevo più, si stupisce: non ci crede nessuno.

Si priva di un piacere grande
Non so quanto mi durerà. Se avrò nuovamente voglia di bere berrò, ma stranamente proprio non ne ho voglia. C'è stata proprio una specie di rifiuto, però io jò dato forte. Jò dato proprio giù.

E il suo rapporto con le donne?
Lì non posso dire di avergli dato altrettanto, ma insomma... uno che ama il convivio... Beh... mi piacciono molto. Non so che discorso fare sulle donne perché ormai le donne fanno talmente tanti discorsi su se stesse che non ti rimane più niente di libero per poterne parlare però mi piace la donna sotto tutti i punti di vista, sia come collaboratrice che come amante, ovviamente. Sono un pessimo corteggiatore. Non sono proprio capace e ogni volta che c'ho provato non mi sono piaciuto. Preferisco quello che avviene a prima vista: ci si capisce e via.

E il suo rapporto con i soldi?
Lo stavo considerando oggi a casa con le mie donne. Il rapporto con i soldi è tale che non so quanti soldi ho, senz'altro non sono tanti, campo bene e non mi lamento però non ho il senso del denaro.

Cosa le piace fare con il denaro?
È quello il punto, non li spendo. Non per tirchieria ma non spendo. C'è un rapporto così infantile che casomai mi piace la tattilità dei soldi come oggetto. Se poi si tratta di spendere milioni in una cosa va bene ma se uno mi scrocca diecimila lire mi disturba.
La beneficenza ad esempio e tutto quello che c'è intorno, è talmente fasullo...
Anch'io l'ho fatto e con un piacere enorme, ma con molta normalità. Mi disturba l'enfasi e tutto quello che da mezzo diventa fine. Il denaro è un mezzo per fare le cose e basta, se diventa un fine da raggiungere allora è disperante.
Come la televisione in questo momento che da mezzo di comunicazione diventa... questi capovolgimenti mi terrorizzano. Ed è sempre più raro che il programma sia di qualità. Lo sponsor non è scemo, vuole sempre un abbassamento perché più abbassi e più allarghi lo zoccolo del mercato. Da tempo siamo andati oltre la soglia, abbiamo votato per una realtà virtuale, televisiva, per mastro lindo, poi speriamo che mastro lindo sia anche un bravo politico.

Questo non lo scriverò (Ho mentito NdR)
Ma è così. lo non ho delle antipatie preconcette però il sistema è terrorizzante e predico questa cosa da anni. Quando la televisione non è più quel megafono che amplifica le realtà esistenti fuori ma tutta la realtà è solo televisiva è un momento che per una comunità civile comincia ad essere pericoloso.

Come si torna indietro?
Ora si parla di televisione interattiva e già mi piace di più perché ridiventa mezzo a servizio di ognuno di noi. La televisione ha provocato un trauma, sembrava un mezzo di comunicazione che tendesse a unire le persone, invece abbiamo visto che è un mezzo per gente sola. La si vede sempre più da soli. Bisogna tornare al vivo, fare in modo che la gente vada ai concerti, ai teatri, ai cinematografi. Faccia caso alla messa cattolica: è una rappresentazione, e il rito e la ritualità, che purtroppo si stanno perdendo per diventare sempre più sbrigativi, servono proprio all'amalgama, all'aggregazione. Poi un certo tipo di cultura di sinistra ha confuso aggregazione e gregge... e l'audience è un gregge in quanto la pecora è un animale solo.
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