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Pugno di ferro in guanto di velluto
Pubblicato il 07/06/2013
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La citazione di Charles Quittason che ha dedicato al Domaine des Lambrays una vera monografia ci è sembrata quanto mai appropriata come incipit sul loro vino di punta, uno dei 4 grand cru di Morey St. Denis. Anche se il riconoscimento della classificazione più prestigiosa è arrivata al Clos de Lambrays solo nel 1981, i sacri testi hanno sempre raccontato di un climat, quello di Lambrays, particolarmente dotato e senz’altro meritevole. Si narra che il 1949 del Clos de Lambrays sia stupefacente. A noi è capitato di recente l’assaggio del 2010 meritoriamente distribuito, insieme ad altri borgognoni molto interessanti, da Heres. Le vigne di questa parcella arrivano sino alla parte più alta della collina, i terreni vedono una minore presenza di marne rispetto alle giaciture vicine ed una maggiore presenza di calcare con aree in cui vi è anche sabbia. Il risultato finale è un vino dal colore luminoso pur nella classica intensità del Pinot Nero, certo non impenetrabile alla vista. Una certa ricchezza si fa percepire al naso ma la riservatezza è immensa. Non si apre affatto facilmente e la conversazione con chi ce lo mesceva è stata articolata e a tratti distratta nel tentativo di far passare il tempo e così poter approfondire la conoscenza mentre il vino si stava ancora aprendo. Ma la curiosità di sapere “come andasse a finire” il naso di questo vino era davvero moltissima e ci ha ripagato ampiamente dell'attesa. Frutta succosa e scura, la prugna nella sua versione più vivace ed intensa, ma anche un floreale dolce di viola aprono la sequenza davvero lunga di sensazioni, che solo nella parte iniziale è leggera, cedendo il passo quasi subito alle sensazioni di terra, selvatiche ed ad una speziatura scura, di grande profondità. In pratica, un naso che vi incuriosisce e poi “vi stende” con un bel po’ di sensazioni cupe ma intense. All’equilibrio così semplice dell'inizio di beva si sostituiscono una sequenza di richiami al naso, primo quello della frutta, in effetti quasi tattile in questo Pinot Nero, per poi aprire la lunga sequenza dei tannini di trama dettagliatissima ma sostanziosa, che lasciano la bocca completamente appagata in un lungo finale. Ci accorgiamo abbastanza avanti nella degustazione che la mineralità di questo vino è completamente fusa con il resto e si rivela solo in qualche sbuffo “sanguigno” di ferreo sentore, sempre piacevole e totalmente intrecciata con la fitta maglia dei tannini. Un vino di sostanza materiale inaspettata questo Clos de Lambrays, a fianco di altri borgognoni altrettanto avvincenti al banco di Heres, pur se un po’ radicali nella classicità del Pinot Nero. Forse anche per questo, tra gli altri, rimaneva impresso. Non un vino dai richiami complessi e sussurrati, ma invece riservato e potente, davvero mani forti in guanti di velluto. Dopo qualche minuto nel bicchiere e al riassaggio si fa apprezzare ancora meglio nelle delicatezze solo apparenti del naso iniziale e conferma che siamo di fronte ad un profilo scuro di frutta, mineralità e terra. Le spezie finali, ormai più evidenti dopo i primi minuti rivelano un uso molto calibrato del legno e l’equilibrio generale non viene mai messo in discussione dalla presenza del tannino, senza nessuna sbavatura. Ai coniugi Freund dalla teutonica Koblenz deve essere piaciuto davvero molto questo Pinot Nero scuro del cru di Lambrays, severo, fermo e costante nella progressione dell’assaggio, di sostanza, quando nel 1996 rilevano l’azienda dopo vari anni di presenza in Borgogna. Il Clos de Lambrays 2010 ha davanti a sé tanti anni di evoluzione e quella fusione tra mineralità e tannino così pieno fa sperare bene per qualche anno in bottiglia. Una versione raffinata di una dimostrazione di potenza sotto controllo. Sostanza che conferma le potenzialità di cui si legge nei sacri testi per quanto riguarda una posizione favorevole del Clos de Lambrays tra i climat circostanti. Chissà che succederà a tanta energia quando, dopo qualche anno di bottiglia, emergerà la capacità del Pinot Nero di evolvere esibendo sensazioni sempre sfacciatamente rivelatrici delle grazie (o delle disgrazie) dei territori dei provenienza. Chissà se quel 1949 di cui si favoleggia sarà eguagliato, o magari superato, dai vini di Thierry Brouhin, che “fa il vino” dal “pugno di ferro in guanti di velluto”.

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