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Tre volti del Sauvignon
Pubblicato il 12/04/2013
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Accreditato tra i vitigni “internazionali” più celebri al mondo, il Sauvignon Blanc, insieme allo Chardonnay, oggi vanta un posto di rispetto come uva bianca dalle straordinarie sfaccettature. Nonostante sia una cultivar diffusa in tutto il mondo, ancora non sono chiare le sue origini. Secondo l’ultimo colosso di Jancis Robinson, Julia Harding e José Vouillamoz “Wine Grapes”, contrariamente a quanto creduto fino ad ora, il Sauvignon Blanc non avrebbe origini bordolesi, ma una provenienza più a nord, verso la Valle della Loira, dove è menzionato per la prima volta nel 1534 con il sinonimo di Fiers, dal latino Ferus “selvaggio”, nel capitolo 25 dell’opera di Françoise Rebelais, Gargantua. Il nome Sauvignon, infatti, deriva dal francese sauvage, selvaggio, perché la foglia del vitigno assomiglia molto a quella della vite selvaggia, presente storicamente nell’area della Loira, ma a quanto pare sconosciuta nella zona di Bordeaux.

La teoria suddetta viene avvalorata da prove del DNA che hanno dimostrato uno stretto legame con il Savagnin, lo Chenin Blanc e il Trousseau, tutti vitigni tipici della Loira, ignoti anticamente nella parte sudoccidentale della Francia. Vigoroso, dal grappolo compatto con acini piccoli dalla buccia spessa, il Sauvignon necessita terreni poco fertili e portainnesti a basso vigore per tenere sotto controllo la massa foliare. Viene definito un vitigno plastico ma per ambienti limitati, il suo bagaglio aromatico, ricco di terpeni, esige luoghi freschi contraddistinti da importanti escursioni termiche per preservare l’aromaticità tipica e garantire una maturazione lenta ed equilibrata. Le migliori espressioni di questo vitigno al mondo si trovano attualmente nella Valle della Loira in Francia, in Alto Adige e Friuli Venezia Giulia per Italia, in Nuova Zelanda nella zona di Marlborough, in California a Sonoma e nel Cile soprattutto nelle valli di Curicó e Maule. Per capire nel concreto i diversi volti del Sauvignon, assaggiamo tre vini di provenienza diversa. Il primo vino è neozelandese, siamo a Marlborough con l’Hunter’s 2011 Sauvignon Blanc firmato Jane Hunter, donna simbolo che trent’anni fa fondava con il marito Hernie una delle aziende vitivinicole più prestigiose dell’emisfero australe. Giallo paglierino con riflessi verdolini, luminoso cristallino. L’olfatto è esplosivo, diretto, immediato, sono le note di uva spina, l’agrume fresco, l’ananas, il pompelmo il cedro quasi acerbi e pungenti a dominare la scena, un’aromaticità fin troppo generosa che riporta a quel sentore non molto aggraziato definito dagli inglesi come tomcats. Al palato il vino conferma l’elevato contenuto di acidità citrica, una freschezza quasi scissa dal contesto gustativo che penalizza l’equilibrio e ci fa pensare a qualche intervento di cantina. A seguire la Francia con un Pouilly Fumé Grand Vins de Poully-sur-Loire di Bertran Jeannot et Fils 2010, una stupefacente interpretazione di Sauvignon anche in termini di qualità e prezzo (25 euro a bottiglia). Con questo campione cambiamo registro, la prepotenza aromatica del primo vino, lascia spazio alla discrezione e all’eleganza che subito si sprigiona all’olfatto intrigando i nostri sensi per cercare ciò che volutamente non desidera offrirsi in maniera eclatante. L’agrume e l’esotico, il vegetale e il pungente, svaniscono all’interno di una profonda mineralità silicea, dove la parte fruttata e floreale emerge con discreto timore, lasciando spazio a quel tocco fumé così unico e inconfondibile. La sapidità e la freschezza trovano conferma in bocca con un vino che attraversa il nostro palato senza interruzioni, in una verticalità di grande stile ed un finale lunghissimo. Qui il vino è puro terroir ed il vitigno fa da tramite al territorio. Nel libro Grapes and wines, nella sessione dedicata al Sauvignon, Oz Clarke parla di terroir per la Francia e di varietale per la Nuova Zelanda. In un paese come la Francia, ricco di secolare tradizione, la terra rappresenta la massima espressione del vitigno. A Marlborough, invece, dove la viticoltura esiste da quarant’anni, è il vitigno che trova espressione in mancanza di una tradizione connessa ad un terroir. A chiudere l’ultimo dei campioni è l’Italia con un vino dell’Isonzo, Vie di Romans, Piere Sauvignon 2010, un’interpretazione italiana di grande valore, ma che lascia trapelare quel limite che spesso i Sauvignon italiani si trovano ad affrontare, in termini di maturazione e momento giusto di raccolta. Anche qui abbiamo un olfatto generoso e immediato, ma siamo su un registro di note più evolute, la freschezza del frutto esotico quasi acerbo lascia spazio ad un fruttato maturo, ad un floreale avanzato su fondo minerale ferroso. Di maggior soddisfazione l’assaggio fresco, sapido, ricco di materia forse fin troppo per un Sauvignon, ci manca la verve del primo vino, la dinamicità gustativa, lo sprint acido-sapido.

Tre volti di una stessa cultivar, tre interpretazioni chiave che ci hanno portato in luoghi e paesi diversi dimostrando le potenzialità di un vitigno straordinario come il Sauvignon, un fascino unico che lo rende tanto amato in tutto il mondo.

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