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Ottavianello, un autoctono nel mondo
Pubblicato il 08/02/2013
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Il panorama ampelografico italiano è caratterizzato da una varietà impareggiabile che va impreziosendosi con la riscoperta e la valorizzazione di vitigni rimasti a lungo in secondo piano.

L’Ottavianello è uno di questi. Questo vitigno autoctono della Puglia deve il proprio nome probabilmente ad Ottaviano, comune in provincia di Napoli dal quale venne introdotto nella zona di Brindisi verso la fine dell’Ottocento grazie al Marchese di Bugnano.

Oggi è convinzione riconosciuta che sia presente anche in altre zone: è meglio conosciuto col nome di Cinsault nel Sud della Francia, mentre in Sud Africa viene chiamato Hermitage ed è principalmente utilizzato in blend con il Pinot Noir per ottenere il Pinotage. Questa apparente frammentazione potrebbe indurre a giudicare l’Ottavianello uva in un certo senso internazionale, ma in verità queste tre zone accrescono il suo legame al territorio, o meglio, ad un territorio con spiccate specificità. In tutti i casi, infatti, il calore del sole è condizione imprescindibile, che in estate spesso si mostra con prepotenza, anche con periodi siccitosi; questa espressione del clima mediterraneo, se non stupisce a ridosso dell’omonimo mare, si palesa con eccezionalità anche in alcune regioni nello Stato sudafricano, rinfrescate in parte dalle correnti del Sud. Proprio l’influsso dei venti marini è il secondo fattore comune di influenza sulle uve. Infine la terra, nel senso stretto del termine, che, sebbene abbia composizioni diverse nelle varie località, è comunque fertile e generosa da garantire buona produttività.

In queste zone, accumunate da caratteri climatico-morfologici affini, anche il vino si attesta, con i dovuti distinguo, su peculiarità che rimangono invariate nonostante le distanze geografiche, cioè buona aromaticità, sfumature speziate ed erbacee e una imprescindibile morbidezza.

Tornando al contesto italiano, nel territorio salentino questo vitigno, fino a qualche anno fa, era utilizzato principalmente in uvaggio, soprattutto con Negroamaro e Malvasia Nera di Brindisi o di Lecce, mentre da qualche tempo alcuni viticoltori, convinti delle sue buone potenzialità, hanno volto il loro interesse ad una vinificazione in purezza dell’Ottavianello. Attraverso un importante lavoro in vigna, soprattutto dal punto di vista della riduzione delle rese in pianta, sono arrivati buoni risultati e incoraggianti prospettive per il futuro.

La Doc Ostuni, istituita nel 1972, è un buon punto di partenza, visto che in questa Denominazione è prevista la vinificazione in blend con Negroamaro, Malvasia Nera, Susumaniello e Notar Domenico fino ad un massimo del 15%. In questo modo viene indubbiamente esaltato il vitigno principale come anche il territorio, che si arricchisce di una risorsa da valorizzare, anche grazie all’approfondimento e alla sperimentazione di nuove tecnologie in vigna e in cantina, con la qualità come inevitabile target.

Il frutto di questi sforzi è una perfetta sintesi del terroir: dal caratteristico color rosso della ricca terra ferrosa e dal calore del sole nasce un vino rubino profondo, che evolve in granata col passar degli anni, grazie ad una buona propensione all’invecchiamento. I profumi spaziano con soave decisione da frutti rossi a fiori di rosa e viola, con piacevoli intermezzi di spezie dolci e spunti erbacei. La buona persistenza, la morbidezza e un tannino delicato lo fanno apprezzare a tavola con primi piatti al sugo di carne, o con salumi della zona come la soppressata di Martina Franca e la salsiccia pugliese.  

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