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C’era una volta

Paolo Scarnecchia
Dal n.187 di
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C’era una volta Cenerentola che viveva come una serva nella dimora di famiglia, succube delle sorellastre Anastasia e Genoveffa. Nonostante la solitudine, la fanciulla cresce generosa e spensierata, sognando ad occhi aperti il giorno in cui troverà il suo principe azzurro e consolata dall'affetto delle creaturine che popolano la casa, tra cui i topolini Giac e Gas Gas e il fido cane Tobia, la ragazza ha un sogno, di quelli veramente chimerici: sposare un principe e vivere felice e contenta per tutta la vita. E tutto ciò cosa ha che fare con la Doc Orcia? Semplice e immediato è il paragone visto che la piccola denominazione, nata nel 2000, è incastonata fra due celebrate denominazioni e “sorellastre” quali il Vino Nobile di Montepulciano e il Brunello di Montalcino. Un paesaggio, quello della Val d’Orcia, che varia da quello lunare delle crete senesi a quello di dolci colline di cipressi, poderi e borghi medievali, dove si alternano piante di ulivo secolari e vigne e il silenzio domina incontrastato. Vitigno protagonista indiscusso è il Sangiovese e la scelta di privilegiare la qualità e quindi di mantenerne il più possibile inalterata la genuinità nel vino è una strada sicuramente impegnativa ma l’unica che, alla lunga, può dare tanta soddisfazione. Ben diciassette produttori sono stati testimonial di questo vitigno con i loro prodotti durante l’Orcia Wine Festival che si è tenuto nello splendido Palazzo Chigi di San Quirico d’Orcia; disponibilità, cortesia e semplicità, a volte, disarmante, sono state le caratteristiche che li hanno contraddistinti, ma con la passione, l’emozione a volte al limite della commozione nel raccontare la loro storia e con la ricerca, continua ed imperitura, volta a rispecchiare la tradizione contadina, sono riusciti a proporre vini di grande apprezzabilità. I vini rossi dominano la scena: Campotondo ne produce tre ma è il Banditone che spicca per il suo carattere deciso ed irruente; Poggio Grande  ha il suo asso nella manica nel suo Sesterzo, ma degno di nota di merito è anche il suo bianco il Tagete a base di  Marsanne e Roussanne; Bagnaia si evidenzia per La Fonte e il Miraggio; Poggio al Vento  scocca la sua freccia con il suo Arciere a base di sangiovese rosso dalla foglia tonda; Podere Albiano il cui sangiovese lo fa così tribolare tanto da chiamare “Tribolo” il suo vino di punta; Sassodisole con un prodotto pieno, garbato e appagante anche per il suo ottimo rapporto qualità/prezzo; di Marco Capitoni non si dimentica Il Frasi e della Fattoria del Colle il suo Cenerentola che può decisamente competere con le sorellastre. Della giovane Azienda Agricola Vegliena, che produce solo tre vini, è da apprezzare inoltre il Vegliena Rosato. Coraggiosa è stata invece la scelta di percorrere la strada del biologico dell’Azienda Val d’Orcia Terre Senesi che con i vini Bucaccio e Ripario sono orientati a valorizzare vitigni autoctoni come il Ciliegiolo, il Pugnitello, il Colorino e il Foglia Tonda; Podere Forte con il Guardiavigna e Petrucci e, infine, Tenuta Sanoner con il suo Rosato certificato bio dal 2015. E per chiudere in dolcezza Castello di Ripa d’Orcia con il vin santo che come direbbero in Toscana è veramente “tanta roba”.

La Val d’Orcia il vestito più bello ormai l’ha già indossato visto che nel 2004 l’Unesco l’ha inserita nel Patrimonio dell’Umanità, primo territorio rurale ad essere premiato con questo riconoscimento, e il sogno di sposare un principe azzurro ormai sta diventando realtà grazie alla tenacia dei produttori, persone in gamba e fortemente motivate che hanno capito quello di cui dispongono, rischiando e facendo cose raramente pianificate, con un tipo di orgoglio che ha portato la valorizzazione di un territorio nel panorama enologico italiano.

 

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