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Cremisan: un vino che abbraccia tutto il Medio Oriente
Pubblicato il 22/05/2015
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Quella sera ad attraversare il Check Point di Betlemme eravamo soli. Cinque italiani accomunati dalla passione per il vino. Ad accompagnarci, un silenzio assordante e surreale, tra tornelli, filo spinato e stretti cunicoli, zizzagando su e giù, osservati a distanza dai soldati. Un breve passaggio per l’inferno… E nel silenzio, immaginavamo il tramonto del giorno prima, quello appena trascorso e quello dei giorni successivi. Infiniti, tutti uguali, tutti così frenetici e umilianti per chi, entro il tramontare del sole, deve correre e rientrare prima che il Muro si chiuda senza lasciare possibilità alcuna di riabbracciare la propria famiglia se non il giorno successivo, dopo aver trascorso una notte improvvisata.

Questa è la Palestina, territorio occupato ed assediato da decine di anni. Ma la storia che vogliamo raccontare è una storia di speranza, di amicizia e di vini unici al mondo. È la storia di una cantina, nata nel 1885 e gestita dai Salesiani di Don Bosco, presenti in Terra Santa con diversi centri di formazione professionale, per dare ai palestinesi un’opportunità lavorativa. Cremisan è il nome della collina a 5 Km da Betlemme e della cantina salesiana, che con i suoi introiti finanzia appunto i diversi centri. Dopo un periodo molto florido, nel 2007 la cantina iniziò una fase di crisi. I Salesiani si rivolsero allora al VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, un’organizzazione di cooperazione internazionale ad essi collegata, per cercare di risollevare la situazione. 

Intorno al VIS e al progetto di rilancio vitivinicolo della cantina si avvicinarono entusiasti alcuni partner che di lì a poco sarebbero diventati i veri protagonisti di questa nuova fase: l’Istituto San Michele all’Adige, l’Università di Hebron, Civielle, la Fondazione Italiana Sommelier di Roma e soprattutto l’enologo Riccardo Cotarella che sin dal primo racconto mise a disposizione il suo tempo, la sua professionalità e la sua esperienza, accettando gratuitamente questa nuova e particolarissima sfida enologica e non solo. Con la stessa magia con cui il mosto diventa vino, questo progetto - in una terra crocevia di tante religioni, popoli e culture - si è trasformato in una storia di relazioni interculturali tra mondi distanti e persone dai diversi vissuti. Credo che solo il vino abbia questa struggente capacità di coagulare intorno a sé straordinarie dinamiche di stima, professionalità e amicizia. In tre anni, puntando sulle risorse umane locali, sono stati formati in Italia due ragazzi palestinesi che oggi seguono le attività in vigna e in cantina; sono stati impiantati diversi ettari di vigneto, grazie ai tanti contadini locali che hanno messo a disposizione le loro terre e la cantina è stata ristrutturata con nuove attrezzature acquistate grazie a donazioni pubbliche e private. Ma soprattutto è stata cambiata la linea di produzione, puntando sulla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo autoctono palestinese.

Quattro sono i vini importati oggi in Italia, due bianchi e due rossi. I bianchi sono entrambi autoctoni, prodotti dalle uve Dabouki e Hamdani-Jandali coltivate a Shaffa, a 15 km a sud-est di Betlemme. Siamo a 800 mt di altitudine, su terreni terrazzati e argillosi. L’escursione termica tra il giorno e la notte è notevole, a vantaggio del ventaglio aromatico. Entrambi tipicamente minerali e freschi. Leggermente più sapido il primo, senza dubbio più profumato e morbido l’Hamdani-Jandali. I due vini rossi sono un autoctono, il Baladi, e un internazionale, il Cabernet Sauvignon ed entrambi invecchiano 14 mesi in botti grandi. Il primo richiama sentori di frutti di bosco, fiore di bosso, pasta di olive. Bevibile e piacevolissimo, espressione del territorio. Il cabernet ci ricorda invece sensazioni vegetali e speziate, con note di chiodi di garofano, pepe nero e una ventata balsamica inaspettata. È proprio vero che “In ogni passione avvengono prodigi…”

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