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Guida BIBENDA: riflessioni su un lavoro cominciato quindici anni fa

Paola Simonetti
Dal n.81 di
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Più di duemila pagine nella quindicesima edizione della Guida, costruita da un collaudato gruppo di circa quaranta sommelier che condividono lo stesso linguaggio e i medesimi parametri di valutazione. Ogni anno la pubblicazione inizia a prendere vita in primavera, dopo il Vinitaly. Una scelta che consente di invitare anche aziende meno note e non ancora presenti in Guida, scoperte e assaggiate dai vari redattori durante la fiera veronese e ritenute idonee per la partecipazione alle degustazioni e all’eventuale pubblicazione. In redazione poi, considerando il numero massimo di cantine da poter inserire in calendario da maggio ad agosto si programmano gli assaggi: lavoro quest’ultimo che riserva sempre emozioni, sorprese e meravigliose conferme.

Ciò detto, dopo quindici edizioni è divertente fare qualche riflessione. Tre lustri non sono un periodo molto lungo ma sicuramente sufficiente per ragionamenti e confronti. Ad esempio, quella che allora sembrava una scelta, quasi uno sfizio, di pochi è diventato l’obiettivo di tutti: la qualità è cresciuta in modo esponenziale.

Non esistono (quasi) più le aziende che propongono specchietti per allodole, ossia uno o due vini di punta curatissimi e il resto della gamma nemmeno lontanamente paragonabile. Oggi, i produttori tutti viaggiano ad alti livelli. Nemmeno l’equazione Grandi numeri uguale Scarsa qualità è più valido. Aziende da milioni di bottiglie l’anno sfornano etichette come minimo validissime e talvolta davvero eccellenti: si vedano i risultati della campana Feudi di San Gregorio (3,5 milioni), di Cavit a Trento (4.500 viticoltori associati per 62 milioni di bottiglie), Tasca d’Almerita in Sicilia o Sella & Mosca in Sardegna, dozzine di etichette ciascuna e una qualità diffusa sia nei vini per lo scaffale del supermercato, proposti fra l’altro a prezzi convenientissimi, sia nei prodotti più ricercati, destinati a portafogli un po’ più gonfi.

Grazie ad aziende virtuose come queste, la voglia di qualità a prezzi abbordabili si è estesa in tutta la Penisola. Fanno eccezione pochi territori, che però hanno dalla loro l’attenuante di praticare la vitivinicoltura in condizioni ambientali difficili, a volte estreme.

Insomma, oggi come oggi trovare del vino di bassa qualità o con difetti più o meno conclamati è un’impresa abbastanza difficile, per fortuna.

Senza stare qui a elencare le regioni tradizionalmente famose per la produzione vitivinicola e le giovani promesse divenute oggi splendide realtà, è bello lasciarsi sorprendere dagli outsider. Fino a una quindicina di anni fa nessuno avrebbe scommesso e tantomeno scelto per un evento importante un vino campano, pugliese, abruzzese. L’Abruzzo, dalla fama consolidata solo grazie a un pugno di illuminati produttori, oggi è il territorio dove si beve meglio al prezzo minore. Una definizione che si adatta bene anche alla Puglia, quasi una “neonata” in qualità, a cominciare dall’olio, ma di questo ne parleremo in altra edizione. Sul versante vino si è riusciti a controllare alcune “intemperanze” di clima e vitigni, arrivando così a ottenere prodotti piacevolissimi davvero per tutte le tasche. Luoghi in cui, grazie a questa ricerca della qualità, si sta investendo in vigneti senza avere a disposizione i capitali di una multinazionale, come succede in territori di più antica nobiltà enologica.

Bibenda 2014 ha fortemente voluto sottolineare queste realtà emergenti, veri battistrada e concreta ispirazione per tutte quelle nuove generazioni che spesso tornano a casa forti di idee, esperienze e volontà di far sempre meglio. Quando ci si trova di fronte a queste cantine lo si capisce fin dal primo assaggio: sono vini nuovi, diversi, puliti e capaci, sorso dopo sorso, di rinnovare tutto l’amore che nutriamo per la nostra Italia.

Nella foto la copertina della prima Edizione della Guida BIBENDA, realizzata nel 1999 e uscita in concomitanza della fine del secondo millennio e per questo chiamata DUEMILAVINI, testata che ha dato a volte adito a errate interpretazioni, giacché alcuni hanno pensato che duemila si riferisse invece al numero dei vini recensiti, quando il loro numero, fin dalla prima edizione, era ben superiore alle 14.000 unità per arrivare agli attuali 20.000.
Un'edizione introvabile, ormai da collezione, che recava la riproduzione di un'opera di Magritte scelta non a caso. Un ombrello, a simboleggiare tutto lo spirito pioneristico dello staff editoriale dell'epoca, per nulla impudico, timoroso invece e aperto alle critiche che potevano letteralmente piovere sulla pubblicazione appena nata.
 
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