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Raccontare Bordeaux, intervista “di getto” a Stephen Brook
Pubblicato il 24/05/2013
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Bordeaux è uscita da poco dalla stagione delle valutazioni “en primeur” e dalle relative quotazioni rimbalzate sui siti più legati al vino come investimento e che hanno messo in luce fatti importanti per i quali il 2012 di Angelus sembra poter guadagnare sullo scaffale il 28% in più mentre Haut Brion perderebbe il 33% (dati dalla campagna en primeur), basandosi sull’andamento dell'annata 2012 per le varie realtà bordolesi. Naturalmente i vini sono ben lontani dall’essere minimamente definiti tali, viste soprattutto le tecniche produttive, e dobbiamo innanzitutto sempre ricordare che Bordeaux è anche questo: visione sul futuro. Sul perché spesso di Bordeaux si parli solo a colpi di “futures” e sempre meno dei vini propriamente detti e delle degustazioni (quasi inaccessibili, anche per i vini già pronti dopo qualche anno, anche se siete disposti a sostenere i costi, proprio per un atteggiamento disinteressato ad allargare la conoscenza), abbiamo deciso di scomodare Stephen Brook, l’autore di uno dei più bei libri su Bordeaux a metà tra una Bibbia e un susseguirsi di giudizi molto “british”, sempre politicamente corretti ma taglienti quanto basta, dello scrittore nato a Londra nel 1947. Ci siamo permessi di riportare il succo di una conversazione telefonica a dir poco impegnativa:

Di Bordeaux si parla molto, specie quando vengono prese in esame le quotazioni. Quanti riescono effettivamente ad accedere alle degustazioni di quello che Lei definisce un “circolo chiuso” nella prefazione del Suo “Complete Bordeaux” e quindi a capire effettivamente i vini?

A Bordeaux da sempre il ruolo degli intermediari nella distribuzione dei vini è enorme. Molti produttori sanno perfettamente che i loro vini restano sconosciuti a chi non sia nel canale di distribuzione giusto e stanno muovendosi per ospitare degustazioni o aderire a nuove forme di agenzie che organizzano degustazioni anche all'estero. Certo, alcuni grandi produttori storici hanno difficoltà 'logistiche' che rendono impossibile queste forme di comunicazione sia perché le bottiglie prodotte sono poche, sia perché sono aziende talmente piccole che non avrebbero nemmeno gli spazi da dedicare alla degustazione ai visitatori.

Le Sue descrizioni sono sempre stringate per quanto riguarda ciò che definisce le “formal tasting notes”. I dettagli non contano nel definire i grandi vini e comunicarli ai lettori?

Mi rendo conto di essere un privilegiato ad aver assaggiato grandi vini in grandi annate e non vorrei risultare antipatico nell'oggettiva impossibilità per molti di accedere alle stesse. Il diritto di cronaca è reso in maniera stringata poiché credo sia molto più importante parlare delle caratteristiche strutturali di un vino piuttosto che perdersi in sentori poco comunicativi. Quanto è comunicativo parlare dei tipi di cacao che si sentono nei grandi rossi bordolesi citando varietà rarissime ed impronunciabili? Citare questi sentori è “intimidating”. E poi non credo che un vino sia un'opera d'arte da descrivere, ma un'opera dell'uomo e della natura e che ogni bottiglia sia diversa dall'altra. 

I vini di Bordeaux sono complessi e talvolta si pensa che solo grandi esperti possano capirne il vero valore. E' questo parte della distanza che spesso ci separa da questi vini? Bisogna essere uno scrittore con anni di esperienza per raccontarli bene?

La Borgogna è assai più complessa. Un tempo i vini di Bordeaux erano ritenuti 'difficili' e fatti esclusivamente per il futuro, perciò era difficile assaggiarne di notevoli se non dopo vari anni di invecchiamento, soprattutto per via dei tannini. Ed era difficile anche raccontarli. Sono appena tornato dall'assaggio del Margaux 2012 e posso dire che non è inferiore in tannino a quello dell'83, ma la rotondità è maggiore. Solo Rolland sembra non particolarmente interessato alla compiutezza e rotondità dei tannini nei vini non invecchiati che vengono da Bordeaux.

Bordeaux è difficile da conoscere dall'esterno. Il circolo chiuso di cui parla è destinato a rimanere tale? Come conoscere la cultura bordolese?

Credo si debba cercare di approcciare il sistema, intermediari inclusi. Tolti i vini più costosi, la maggioranza è accessibile in varie forme, anche invitando chi si occupa di degustazioni “en primeur” a essere presente. Certo, sia chiaro, viene fatta una distinzione netta tra chi si occupa in modo professionale di vino e chi è un consumatore, anche se appassionato. E poi bisogna lavorare a fianco degli uffici che si occupano delle relazioni esterne. Anche io ad Alba non riesco tutti gli anni a partecipare alle degustazioni dedicate alla stampa specializzata.

Stephen Brook siamo sicuri avrebbe ben altro da dire soprattutto sui grandissimi vini e sulle grandi annate che ha avuto l’opportunità di assaggiare e raccontare sul suo libro, sempre in modo distaccato e giustamente consapevole del privilegio che in pochi hanno. Nulla vi è infatti di più antipatico che leggere di qualcuno che ha aperto grandi vini in occasioni esclusive senza poterlo condividere. A Brook è capitato, ma il racconto è sempre netto e mai compiaciuto, diremmo timido talvolta, se non sapessimo che si tratta di britannico understatement. Bordeaux resta al centro dell'immaginario di molti innamorati del vino e forse è anche bello così, ma la sete di Bordeaux è davvero tanta e purtroppo bisogna sempre apprezzare al massimo tutte le occasioni. Del resto, bere qualche grande Bordeaux in alcune rare occasioni è un’opportunità da non perdere ma non ci fa capire certo il territorio, così come accade se ci limitiamo a qualche Brunello o a qualche Barolo. Più un territorio è d’eccellenza e maggiore auguriamo siano sempre le occasioni per poterlo conoscere attraverso la conoscenza dei suoi vini.

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