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Poveri ma belli

Un altro capitolo della favola del vino dal nostro corrispondente ad Aruba.

Stefano Milioni
Tappo in sughero
Tappo a corona
Tappo a vite
Il vino ha passato i suoi primi 6.000 anni (più o meno) senza che si trovasse una chiusura valida per i suoi contenitori. Hanno provato di tutto: cilindri di legno avvolti in uno straccio, cera, pece, ceralacca, resina, un sottile strato d’olio… finché nel ‘600 apparvero i primi tappi ricavati dalla corteccia delle querce da sughero. E fu un miracolo: vini non più disperatamente ossidati, capaci di conservare la loro freschezza ed i loro aromi più a lungo, pronti ad evolvere, invecchiando, profumi e sapori prima sconosciuti. 
Il cambiamento fu epocale e segnò l’inizio di una nuova era: da allora il vino non fu più come prima. Ma anche il sughero non è perfetto: col passare del tempo le singole bottiglie dello stesso vino evolvono in maniera diversa ed una su 12 (più o meno) sa mestamente di tappo.

3 secoli dopo si fa strada una nuova chiusura, il tappo a corona, brutto ma tecnicamente così perfetto che è stato immediatamente adottato del più prestigioso dei vini, lo Champagne. Non per l’effimera stagione dell’accesso al mercato ma per i 3 precedenti anni di affinamento, quando si gioca la partita più importante della sua vita.

A stretto giro nasce il tappo a vite (o screwcap): ideale come il tappo a corona con in più il vantaggio di poter essere riutilizzato sulla stessa bottiglia dopo ogni mescita, una comodità galattica per il consumatore finale. Negli ultimi 30 anni tutto il mondo del vino emergente (Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Argentina, Cile, Stati Uniti) lo ha adottato massicciamente, anche per i vini di più elevato lignaggio, con risultati straordinari sia dal punto di vista commerciale che qualitativo e gustativo.

Ovviamente, tra i grandi player mondiali, è solo l’Italia a resistere pervicacemente, combattendo la sua battaglia di retroguardia anche a costo di apparire ridicola: proliferano i tappi sintetici che nell’aspetto imitano il sughero e quelli di sughero truciolato. Il solito ritornello della creatività dei “poveri ma belli”, del “vorrei ma non posso”, quella che ha fatto nascere la gloriosa - ma pur sempre patetica - Bianchina Spyder.
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