Quando è notte può capitare di volgere lo sguardo alle stelle e di porsi delle domande sul mistero della vita e della morte, domande che rimangono sospese senza particolari segni dall’alto, tuttavia è sempre il cuore di ciascuno il primo riferimento della vicenda umana, rivedendo retrospettivamente gli episodi salienti della propria vita o semplicemente rimanendo in ascolto.
Anche se accompagnati, si muore sempre soli. A questo ho pensato durante i lunghi giorni di malattia di Franco, amorosamente assistito dai suoi cari, alla sua vita professionale, ai tanti comuni ricordi. Il nostro incontro a Milano al convegno sulla “barrique” voluto da Luigi Veronelli, origine di un inaspettato e proficuo sodalizio, le iniziali vinificazioni di solo Sangiovese, la nascita dei crus, la gioia di cominciare a capirli nel loro divenire, la trepidazione per le risposte qualitative e di mercato di un vitigno tutto ancora da conoscere. Impressionante la sua sicurezza operativa dimostrata fin da giovane, la capacità di trasmettere i parametri analitici e tecnici per una corretta vinificazione. Dio solo sa quanto ce ne fosse bisogno!
Una chiarezza di idee che non ammetteva deroghe, inflessibile ma aperto al confronto costruttivo, con lui sempre appassionante. Indimenticabili gli assaggi di fine vendemmia e i riassaggi nei mesi a seguire. I numerosi amici viticoltori ne sono testimoni fedeli, in una consonanza di intenti che ci ha visto spesso insieme nell’incontro con il mercato e la stampa specializzata, più volte anche nel corso di lunghi viaggi all’estero. Francesco Giuntini di Selvapiana, persona cara di grande venerazione e rigore morale, per dire dei più vicini, e l’amico Giovanni Manetti di Fontodi, vero vignaiolo e saggio amministratore della propria azienda, con pari autorevolezza oggi Presidente del Consorzio Chianti Classico.
Meravigliosi anni ’80 e ’90! Nasceva il vino italiano da “vigneto coltivato” con riservate cure, si affermavano nuove denominazioni, una festa variopinta di etichette e di grafiche fantasiose, le prime emozionanti degustazioni verticali, i “punteggi” che allora davano apprensione ma anche nuovo slancio.
Non so da dove venissero le energie, una forza esuberante immessa anche dalle famiglie che ci sostenevano e giustamente invitavano alla moderazione. Acquistavamo consapevolezza di un linguaggio, imparavamo a conoscere i nostri vini e a saperne parlare, a vedere come piano piano si stava configurando un lessico, una terminologia tutta italiana.
Prendeva volto una cultura del vino che Veronelli aveva preconizzato, ma eravamo ancora troppo presi, non c’era tempo per accorgersene. Franco regolarmente puntuale nelle aziende e rispettoso del calendario delle sue lezioni ai corsi sommelier, si spendeva senza risparmio, generoso e di bontà d’animo, dando speranza soprattutto ai più giovani, perché le giuste intenzioni e le conoscenze tecniche trovassero concordanza espressiva nell’unicità di terra di ciascuna realtà. La Natura era il discrimine decisivo. Non esisteva proprio che un vino fosse uguale a un altro. Da ciò si capisce che era un tecnico accorto e lungimirante, non sedotto dall’idea di un prodotto finito e confezionato ad arte.
Diciamola tutta: Franco Bernabei ha portato la gloriosa tradizione borgognona nel Chianti Classico, questa l’immensa novità del suo operato! Ha condiviso lo stesso rigore, credo di poter dire “illuministico” (per arte, ragione e umanità) dei suoi colleghi enologi. Li potremmo nominare tutti, uno per uno, a cominciare da Giacomo Tachis, primus inter pares.
Erano anni di fermenti creativi in ogni parte d’Italia, si stava realizzando in modo spontaneo e diffusivo una scuola permanente, una sorta di adunanza ideale che riuniva tutte le categorie di operatori del settore, in un’onda meravigliosa che attraversava il sottosuolo del mondo del vino.
In quel flusso di eventi, di iniziative di cantina e di vigneto, d’incontri, di considerevoli sforzi compiuti dalle aziende, Franco Bernabei è stato protagonista di primo piano nella storia del nostro Paese.
Una nota personale: le ultime sue parole, da vocale, si chiudono per farmi sapere con decisione che “ne veniamo fuori”. Certo che sì! Come rispondere altrimenti? L’attesa genera speranza, chissà che non ci riesca di mangiare da qualche parte dell’universo quella famosa pizza che ci eravamo promessi. Del resto, le coincidenze astrali, a proposito di stelle, hanno voluto che festeggiassimo il nostro compleanno e quello delle nostre mogli, Gloria e Daniela, nelle rispettive ricorrenze di date. Per niente casuale, dunque, il dono della sua amicizia. Un dono che porterò sempre con me.
Abbraccio con tutto il cuore Daniela e i figli Marco e Matteo.
Giuseppe Mazzocolin