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Amarcord… Gocce di un Congresso

Marina Petronio
Dal n.31 di
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Curiosissima, voglio proprio vedere come sarà questo Congresso rivoluzionario. Il primo di una nuova era, una formula tutta da scoprire e verificare.

Si parlava da tanti anni, di cambiare, perché il Congresso così com’era non andava bene, che ogni anno era la stessa cosa, che era troppo caro, che la partecipazione era sempre più scarsa, che non serviva a nulla.

Queste critiche si facevano nel primo Consiglio Nazionale post congressuale, poi, con il passare dei mesi, si accettava la proposta di un Fiduciario, poi Presidente Regionale di buona volontà, che proponeva un congresso nella sua regione, identico, come impostazione, a quello degli anni precedenti.

Eppure, un po’ di nostalgia c’è già in me, per i vecchi congressi, così come si prova nostalgia ripensando a un trascorso che non c’è più, e in realtà è bene che sia così.

1984. Il primo anno che ero iscritta all’Associazione Italiana Sommelier: congresso a Palermo.

Entusiasmo alle stelle, divisa nuova fiammante, parto per Palermo con alcuni amici.

Non ci aspettiamo l’accoglienza principesca in un albergo nuovissimo, a Bagheria, appena inaugurato, che diverrà poi famoso per mille motivi.

Non ho alcun impegno istituzionale, per cui posso partecipare alle mille iniziative per i congressisti, e quindi in giro per la città, alla scoperta o riscoperta di chiese, piazze, angoli suggestivi, dintorni prestigiosi, come Monreale, in un’allegra confusione cameratesca. Sembriamo giovani in gita scolastica.

Essendo un congresso “ elettorale”: durante l’Assemblea dei soci- anche questa, per me, una novità - ho avuto modo di conoscere i vertici dell’Associazione Italiana Sommelier e i nuovi candidati, che si presentavano, chiedendo il voto: grande era l’interesse che rivestivano le elezioni e che meglio avrei valutato negli anni seguenti.

L’Assemblea congressuale dei soci: anche un’occasione perché tutti potessero dire la loro: ricordo interventi appassionati, discussioni infinite, che a me sembravano incomprensibili, discorsi lunghissimi spesso di autocompiacimento, il fiume di parole delle “autorità” ma la cosa più divertente, che si sarebbe poi ripetuta in molti altri congressi, è stata la richiesta, seria ed ufficiale, di modificare la cravatta della divisa.

Gli sponsor del congresso facevano a gara nell’organizzare occasioni di incontri con i sommelier, che peraltro erano numerosissimi, sia per l’entusiasmo che per il costo del congresso, contenuto come mai si è verificato in seguito, proprio per il forte intervento degli sponsor.

Ricordo una serata, in cui una nota casa vinicola aveva riprodotto, intorno alla piscina dell’albergo, alcune bancarelle della Vucciria: l’ostricaro, il venditore di panelle, il banco dei pani, la griglia su cui si arrostivano gli involtini di carne e pesce spada, i fichi d’India, l’incredibile tavolo dei cannoli e delle cassate.

Mancavano però il vocìo della vera Vucciria, e i volti espressivi e tormentati dei venditori e degli avventori, così come li ricordavo nella realtà e nel grande quadro di Renato Guttuso.

Le Aziende vinicole facevano la loro parte: fummo tutti entusiasti della visita all’azienda Tasca d’Almerita, già allora di notevoli dimensioni e struttura: le colline su cui erano i vigneti vennero invase da una ventina di pullman, che sfornarono una miriade di divise blu e grigie, per una invasione non sempre del tutto pacifica.

Ricordo la classe e la competenza del Conte Tasca e della Contessa, a cui si affiancava un giovane Lucio Tasca.

L’AIS, allora, era diversa da oggi. In veste di accompagnatori, c’erano personaggi incredibili: ricordo che, al termine della giornata, rientrando sui pullman, non ho potuto fare a meno di chiedere a una signora, cosa mai volesse fare con il trofeo che teneva in mano con tanta cura: si trattava della testa e della coda piumata di un fagiano, che avevano decorato il famoso pasticcio servito a pranzo, opera della Contessa Tasca in persona, su una ricetta segreta di famiglia.

La risposta fu: “lo userò come guarnizione di un cappello, perché, a Torino, faccio la modista...”

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