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Il vino in First Class
Pubblicato il 27/04/2012
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In primavera, molti si concedono un viaggio in luoghi lontani e le compagnie aeree registrano flussi importanti sulle tratte intercontinentali e transoceaniche. Oggi l’esperienza di viaggio in questi luoghi lontani è molto più accessibile di quando si usavano i transatlantici, ma è pur sempre impegnativa, non solo per ore che si passano seduti in spazi necessariamente contenuti, ma anche per lo spirito con cui si affrontano i cambi del fuso orario. Inoltre si è perso il fascino dei viaggi lunghi e della vita che si conduceva a bordo grazie ai pochi segni di quella ospitalità che le compagnie dedicavano ai passeggeri.

Cogliendo l’opportunità che alcune compagnie in questo periodo offrono di viaggiare nelle classi più confortevoli di quella economica a prezzi non esorbitanti, ci è capitato di raccogliere varie testimonianze ed esperienze circa l’offerta di pasti di qualità, accompagnati da carte dei vini variabili a seconda del viaggio e della compagnia. Le impressioni che si colgono dalla lettura di queste carte dei vini e dall’assaggio degli stessi, meriterebbero un approfondimento più vasto, ma già poche indicazioni riescono a rendere bene l’idea dello stato dell’arte. In generale, tenendo da parte le compagnie italiane che hanno sempre mostrato interesse e cura nella redazione delle carte e nell’offerta di qualità per i voli a lungo raggio, le altre si possono considerare in funzione di due aspetti essenziali: il servizio dei vini e i vini in sé. Il servizio passa dall’ottimo livello delle compagnie europee, di cui è giusto dar conto per una bella esperienza nella saletta di attesa della prima classe all’aeroporto di Francoforte, dove ben 6 Riesling di 3 sottozone diverse del Reno venivano offerti per lo “spuntino” preimbarco, a quello di una compagnia statunitense che, in prima classe in un volo per Washington, offriva, sempre durante l’aperitivo, una serie di vini interessanti ma nei bicchieri di plastica con la scritta Coke da un lato e quella della compagnia dall’altro. Tra questi due estremi ci piacerebbe almeno che la maggior parte delle compagnie offrissero la possibilità di godersi il vino in maniera diversa rispetto alle altre bibite attraverso il bicchiere giusto. Le carte dei vini, tutte con una buona enfatizzazione del nome del consulente, passano da quelle con prodotti da discount, a quelle che rappresentano dei piccoli spaccati della cultura dei Paesi in cui la compagnia opera. Tralasciamo il primo caso per concentrarsi invece sul secondo che merita, a sua volta, un paio di esempi interessanti relativi a voli lungo raggio. Nella carta “Italia-USA” di una compagnia americana si possono apprezzare scelte particolari, come ad esempio un Pinot Nero di Sonoma, radicalmente diverso da quello dell’Oregon che invece ci aspetteremmo, e uno Chardonnay dell’Oregon, contraltare perfetto rispetto a quelli di Napa o Sonoma, più scontati. L’obiettivo è quindi far conoscere il Paese per ciò che offre, al di là dei nomi importanti. Il secondo esempio concerne invece una compagnia tedesca in cui si incontra una certa radicalità della carta, dove i vini del Paese di residenza della compagnia monopolizzano l’offerta con esempi che difficilmente rendono giustizia delle caratteristiche enologiche del Paese. Se proprio si vuole offrire solo il “brand” di un Paese, lo si faccia senza scendere al di sotto di un livello almeno dignitoso; riuscire a immaginarsi il Reno (con o senza l’Oro di Wagner) attraverso uno Spätburgunder dell’entroterra freddo è certamente difficile per chi conosce il vino, figurarsi per chi dovrebbe essere invogliato, sceso dall’aereo, a continuare a bere il vino di quel Paese.

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