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La colonna sonora dello Champagne

Non significa nulla se non ha quello swing.

Luca Busca
It doesn't mean a thing if you ain't got that swing (Duke Ellington – 1931, testo di Irving Mills).
FotografiaC’era una volta un monaco benedettino astemio che nel 1668, all’età di trent’anni, raggiunse l’Abbazia di Saint-Pierre d’Hautvillers per essere nominato cellérier, cioè responsabile della dispensa e della cantina. Agronomo ed enologo, si trovò presto a combattere contro le rifermentazioni involontarie che ripartivano in bottiglia una volta passati i rigidi inverni della Champagne. Abbassò le rese in vigna, vinificò separatamente i vitigni e soprattutto studiò il metodo per controllare e rendere piacevoli le rifermentazioni in bottiglia. Morì nel 1715, totalmente ignaro delle conseguenze che i suoi esperimenti avrebbero avuto nella Weltanschauung occidentale, nonché delle polemiche che circonderanno il riconoscimento della sua primogenitura sul “Méthode Champenoise. In ogni caso dovrà trascorrere un secolo prima che il vino così prodotto acquisisca un aspetto degno della sua attuale fama. Si deve, infatti, a Barbe-Nicole Ponsardin, meglio nota come Veuve Clicquot, la prima tavola da remuage, grazie alla quale, dal 1816, lo Champagne perse i lieviti esausti conquistando limpidezza e finezza. Ad una seconda vedova, Madame Louise Pommery, venne poi attribuito il merito di aver inventato lo Champagne “brutale”, privato di quel residuo zuccherino che lo rendeva morbido e delicato. Il Brut fece la sua prima apparizione con il millesimato 1874 della famosa Maison che di Madame Louise porta ancora oggi il nome. Siamo alle porte della Belle Epoque, tutto andava per il meglio, la scienza e la tecnica sconvolgevano il mondo quotidianamente. Il progresso fulmineo migliorava le condizioni di vita delle classi agiate, che avevano bisogno di un vino adeguato a festeggiare la spumeggiante voglia di vivere. Lo Champagne conquistò il mondo, dalla corte dello Zar di Russia all’alta borghesia americana, passando ovviamente per il centro dell’euforia e della frivolezza che caratterizzarono la cultura del periodo: Parigi. Nacquero così, prima della fine del secolo, le “cuvée prestige” richieste dalle fasce più ricche che componevano il vasto mercato delle “bollicine. La prima vide la luce nel 1872 grazie a Louis Roederer II che avviò la produzione di uno Champagne in esclusiva per lo Zar di Russia, il quale preoccupato per possibili attentati, chiese esplicitamente un prodotto in bottiglie trasparenti che consentissero di controllarne il contenuto, fornendo così l’ispirazione per il nome della cuvée: Cristall. Nel 1902 il maestro vetraio Emile Gallé dipinse con anemoni giapponesi alcune magnum della cuvée della Maison Perrier-Jouët, che, però recuperò solo nel 1969 la grafica per dare valore alla propria cuvée de prestige che chiamò Belle Epoque per rinverdire i fasti del periodo. Il sogno del progresso e del benessere perpetuo svanì, però, il 28 luglio del 1914 allo scoppio della Grande Guerra, che, coinvolgendo tutta l’Europa, l’Impero Ottomano, le colonie di entrambi i fronti e, dal 1917, gli Stati Uniti, tarperà le ali a tutte le fasce del prospero mercato del vino. Come se non bastasse nel 1917 la rivoluzione russa annientò l’intera famiglia Romanov e con i seguenti anni di guerra civile anche tutti gli ordini di Champagne. Gli americani non furono da meno e, nel 1919 con il Volstead Act, promulgarono il XVIII emendamento alla costituzione che diede il via al proibizionismo. Il provvedimento rimase in vigore fino al 1933 e chiuse le porte al vino francese, che perse così i suoi due mercati principali. Per fortuna buona parte del mondo, nell’euforia della fine della guerra si tuffò nei “ruggenti anni venti”, o années folles, il cui dinamismo culturale e la voglia di divertirsi erano in piena armonia con le sensazioni effervescenti del vino più nordico della Francia. Nel frattempo Pierre-Gabriel Chandon, marito di Adélaïde Moët e socio del suocero Jean-Rémy Moët, acquisì, nel 1829, i resti dell’Abbazia di Saint-Pierre d’Hautvillers, andata distrutta durante la Rivoluzione Francese. La chiesa fu ristrutturata e la tomba di Dom Pierre Perignon venne messa in risalto, di fianco a quella del suo amico e fido collaboratore Dom Tierry Ruinart, celebrando così l’inventore dello Champagne. Poiché erano passati poco più di cento anni, il fatto sembrerebbe confutare le polemiche che vogliono attribuirne il merito al caso o ai mercanti inglesi. In ogni caso trascorso un altro secolo, mentre la Grande Depressione del 1929 calava la sua scure sui progetti di sviluppo di nuovi prodotti per rilanciare il mercato internazionale dello Champagne, Robert-Jean de Vogüé, aristocratico e marito di Ghislaine d’Eudeville, ereditiera della Moët & Chandon, come presidente dell’azienda ebbe l’intuizione di creare una cuvée esclusiva. Scelse una delle migliori annate, la 1921, dalle riserve di famiglia, la imbottigliò e tributò il secondo e definitivo omaggio al cellario che diede il via a questa favola. Fino al 1936 l’esperimento però rimase fra le mura domestiche e, solo dall’annata 1947, la Maison commercializzò il prodotto, strutturando tutti i processi agronomici ed enologici appositamente per la creazione della propria cuvée de prestige. Il blend era ed è ancora limitato a due uve, lo Chardonnay e il Pinot Noir, provenienti da vigne grand cru, fatta eccezione per un piccolo quantitativo di Pinot premier cru che ha origine nel vigneto dell’Abbazia di Saint-Pierre d’Hautvillers, per tributare un ulteriore omaggio al Monaco benedettino. Anche la bottiglia, creata all’uopo, rappresenta una dedica all’Argonne, usata da Dom Pierre Perignon per limitare, con il suo peso di 690 grammi, le esplosioni causate dalla seconda fermentazione. A testimoniare la voglia di uscire dalla “Depressione”, nello stesso periodo, esattamente nel 1932, la vedova di Louis Orly-Roederer, Camille, prese le redini dell’omonima azienda, duramente provata dal crollo del mercato russo e dalla crisi del 1929, risollevandone le sorti con ricevimenti nel proprio palazzo di Reims e con la riedizione del Cristall, prodotto precedentemente in esclusiva per lo Zar. Nonostante gli sforzi delle Maison dello Champagne per rilanciare l’immagine del proprio vino nel mondo, gli anni trenta si chiudono in modo ancor peggiore del precedente decennio con l’inizio della II guerra mondiale. La Champagne fu prima occupata dai nazisti e in seguito pesantemente bombardata dagli alleati. A conferma del fatto che questo vino non è cosa da uomini, fu una quarta vedova, Elizabeth Law de Lauriston Boubers, meglio nota come Lily Bollinger, a distinguersi nella protezione del patrimonio vitivinicolo della regione e al rilancio delle bollicine francesi. Suo è il celebre aforisma che tanto ha contribuito al successo esponenziale che lo Champagne ha avuto dal dopoguerra ad oggi: “Bevo Champagne quando sono felice e quando sono triste. A volte lo bevo quando sono sola. Ma quando sono in compagnia lo considero indispensabile. Mi ci diverto quando non ho fame e lo bevo quando ne ho. Altrimenti non lo tocco… a meno che non abbia sete.” Da allora la crescita di questo prodotto è stata esponenziale portando questo vino alla completa identificazione con la qualità, la voglia di vivere, la festa e la sensualità.
L’epopea dello Champagne ha, inevitabilmente, una propria colonna sonora che, prodotta dagli stessi contesti che hanno guidato il suo successo, ne è parte integrante. Questo percorso comune ebbe inizio con la “cultura del divertimento” che caratterizzò la Belle Epoque. Le nuove scoperte tecnologiche, come la corrente elettrica, l’aumento demografico, lo sviluppo della rete ferroviaria, dei trasporti marini con i transatlantici come il Titanic e dei primi voli aerei, le scoperte mediche che ridussero notevolmente epidemie e mortalità infantile provocarono una vera e propria esplosione culturale con impressionismo e art nouveau nelle arti figurative e l’invenzione di nuove forme di intrattenimento come il cabaret e il cinema. La musica “colta” si indirizzò verso le sperimentazioni di Debussy e dell’impressionismo musicale, mentre quella popolare generò il “Cancan” sulle cui note si scatenavano le ballerine del Moulin Rouge, creato nel 1870 sulle ceneri del Moulin de la Galette. La poesia, sull’onda del lavoro iniziato da Charles Baudelaire, conquistò con Arthur Rimbaud la libertà dei versi in prosa. Lo stile di vita bohemien dei giovani artisti si era ormai radicato, e non solo a Parigi. Le commistioni tra le diverse forme di espressione erano all’ordine del giorno, tanto che un artista del calibro di Henri de Toulouse Lautrec, cercando ispirazione tra Pigalle e Montmartre, divenne assiduo frequentatore e collaboratore del Moulin Rouge curandone spesso la promozione. Cosa questa che, ovviamente, fece anche per alcune Maison di Champagne. Fu poi in onore della ballerina Louise Weber, detta la Golosa, che Toulouse Lautrec dipinse il famoso manifesto “La Goulue”. Il ritmo incalzante del Cancan e l’effervescenza dello Champagne diventarono il leitmotiv del frenetico stile di vita dell’epoca, molto ben rivisitato in versione onirica e surreale da Baz Luhrmann nel film musical Moulin Rouge! del 2001, da cui è tratta l’extended version di “Because We Can” di Fat Boy Slim (Clicca sulla foto).
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In realtà il Cancan era musica per operette di cui Jacques Offenbach fu sicuramente il rappresentante più prolifico e rappresentativo. Il suo più celebre movimento resta sicuramente “Galop infernal”, nell'operetta “Orfeo all'inferno” del 1858 (clicca sulla foto).
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La Grande Guerra interrompe questa escalation culturale ed economica dando tempo, però, alla musica di evolversi enormemente oltre oceano. All’inizio degli anni venti il processo era completamente avviato: era nato il Jazz. Il Proibizionismo non riuscì ad impedire il diffondersi di locali come il Cotton Club, a New York nel cuore di Harlem, in cui un pubblico di bianchi godeva della musica dei neri. Gli speakeasy continuavano a vendere alcol e lo Champagne trovò strade alternative, seppur limitate, quali le farmacie per essere importato come medicinale negli Stati Uniti. Avviati sull’onda delle orchestrine di New Orleans, i “Roaring Twenties”, si conclusero con la nascita delle Big Band e dello Swing. Il termine traducibile letteralmente con “dondolio ritmato”, assunse in breve tempo un significato proprio che si identificava con un particolare modo di fare musica. Duke Ellington, uno dei massimi esponenti del genere ne spiego così il significato: “Swing, non si spiega si esprime”. Il suo brano più famoso è “It doesn't mean a thing if you ain't got that swing” del 1931 che rappresenterà uno degli standard dello Swing e del Jazz. Qui nella versione cantata da Ella Fitzgerald (clicca sulla foto).
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Mentre Duke Ellington mieteva successi a New York, Count Basie trionfava a Kansas City. La Grande Depressione rallentò il cammino della nuova musica che si affermerà definitivamente negli anni ’30 insieme al trionfale ritorno dello Champagne sulla scena notturna americana. La lezione delle Big Band, vere e proprie orchestre, venne recepita da musicisti bianchi come Glenn Miller e Benny Goodman conquistando così un pubblico più vasto. Lo Swing si fonda su un ritmo serrato, in quattro quarti e otto battute, che lo rendono ideale per danze sfrenate, grazie alle quali diventerà la musica di riferimento di tutti i locali danzanti dell’epoca e colonna sonora di film memorabili. Già negli anni venti nacque il charleston sulle note dell’orchestra di Cab Calloway con “Happy Feat” e reso memorabile a Parigi da uno dei primi topless della storia della rivista, quello di Josephine Backer. Segue negli anni trenta il Collegiate Shag, che prende il nome dalla sua diffusione tra gli studenti del college, venne immortalato dalla Disney nel cartoon “Make Mine Music” sulle note di “All the Cats Join In” di Benny Goodman. Nel frattempo in California si afferma il Balboa che abbina passi del Foxtrot, del Charleston e della Rumba Cubana alla musica swing. Ma il re di tutti i balli swing è il Lindi Hop che raggiunge il parossismo acrobatico degli Harlem Congeroos nelle scene del film Helzapoppin sulla musica di Slim Gaillard & Slam Stewart (Clicca sulla foto)
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Il cinema, ovviamente, non poteva rimanere immune dalla “Swing Fever”, gli anni trenta, infatti, furono quelli in cui Fred Astaire e Ginger Rogers volteggiavano e “tippettavano” a ritmo di jazz in ben dieci film. Tra questi uno dei maggiori successi fu appunto “Swing Time”, tradotto in italiano in un improbabile “Follie d’inverno” che non rende merito alla colonna sonora. Lo swing diventò così un vero e proprio stile di vita improntato sulla leggerezza, il divertimento, la frenesia e l’effervescenza, esattamente come lo Champagne. Insieme accompagnarono le “ruggenti” serate degli anni venti, così come la voglia di emergere dalla “Depressione” degli anni trenta e diventarono indispensabile sollievo dal dramma della II Guerra Mondiale. Il conflitto, però, causò la chiusura di molte sale da ballo che davano lavoro alle Big Band, così che alla fine delle ostilità le esigenze di ricostruzione orientarono verso nuovi entusiasmi la voglia di ballare e di divertirsi. Il Blues e il Ragtime con il solo uso del pianoforte avevano generato il Boogie Woogie, sulla cui scia nacquero prima il Rhythm & Blues e poi il Rock & Roll, tutte espressioni musicali e danzanti che dello Swing ereditarono ritmo e molti dei loro passi. Pur se il Twist separò i ballerini aprendo le porte alla moderna “psichedelia” danzante, il “dondolio ritmato” continuò a pervadere le serate leggere nei locali alla moda degli anni ’50 e ’60 decretando definitivamente il successo delle “bollicine” che ovunque nel mondo divennero sinonimo di festa. Ritmo serrato e frenesia del ballo sono, infatti, caratteristiche “effervescenti” e fresche che richiamano immediatamente la gioia, il sorriso e la sensualità che solo una bevanda sa esprimere allo stesso modo: lo Champagne. Anche per il vino, infatti, avere lo “swing” è fondamentale perché, esattamente come per la musica, “non sa di nulla se non ha quello swing”. Quando il vino possiede lo Swing ha non ha bisogno di essere spiegato perché viene espresso dal profilo olfattivo unico, difficilmente ripetibile, e da una esuberanza gustativa che infonde armonia in una infinita girandola di sensazioni. Lo Champagne è sicuramente il vino con più swing di ogni altro. Per esprimere questo spumeggiante binomio avevo bisogno di trovare, quindi, gli esponenti più significativi di ambo le parti. Per la musica la scelta è caduta su Sing Sing Sing, brano scritto da Louis Prima, figlio di immigrati italiani, nel 1936 e registrata con la New Orleans Gang nello stesso anno con l'etichetta Brunswick Records, il 78 giri aveva “It's Been So Long” come lato B. Il titolo originale era “Sing, Bing, Sing”, con esplicita dedica a Bing Crosby, che fu subito cambiato in Sing Sing Sing, per non limitarne l’utilizzo. Infatti la canzone ebbe un grande ed immediato successo, grazie anche alle cover di Fletcher Henderson e Benny Goodman. Nel 1937 Quest’ultimo registrò ad Hollywood, con musicisti del calibro di Harry James alla tromba e Gene Kupra alla batteria, una versione estesa della durata di circa otto minuti che copriva entrambi i lati del 78 giri. L’anno dopo, il 16 gennaio, la Carnagie Hall di New York, tempio della musica classica, decise di aprire le porte al Jazz e scelse l’Orchestra di Benny Goodman per farlo. Il risultato fu un successo senza precedenti che si concluse con una versione di oltre dodici minuti di Sing Sing Sing sostenuta dal ritmo sincopato della batteria di Kupra e gli assoli di James alla tromba e Goodman al clarinetto. Qui nella versione incisa da Benny Goodman (clicca sulla foto).
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Per lo Champagne è bene completare la storia di quello che è diventato a tutti gli effetti il simbolo dello Champagne: il Dom Perignon. Sin da subito fu scelto coraggiosamente di fare solo millesimati. Dopo i fortunati esperimenti realizzati con le annate 1921, 1928, 1929 e 1934, le traversie della guerra portarono all’interruzione della produzione, fatto salvo l’interludio del 1943. La produzione riprese regolarmente nel 1947, portando, con la 2009 attualmente in commercio, a 36 i Vintage prodotti. Nel 1971 la Moët & Chandon si fuse con la Hennessy Cognac, gettando le fondamenta di un impero finanziario, che prende la sua forma definitiva nel 1981 con la costituzione, insieme a Louis Vuitton, di LVMH. Con ulteriori acquisizioni negli anni successivi il gruppo ha superato i 42 miliardi di euro di fatturato nel 2017, si colloca per capitalizzazione al primo posto in Francia e ai vertici mondiali per quanto riguarda i beni di lusso. Nonostante ciò la gestione della produzione del Dom Perignon è rimasta sempre saldamente nelle mani degli “artigiani” del luogo. Richard Geoffrey comincia così a lavorare a fianco del maestro Dominique Foulon, sin dal 1982. Notate le straordinarie capacità viene messo ben presto a lavorare alla cuvèe de prestige della Maison, il Dom Perignon, fino a diventarne, nel 1996, chef de cave. L’annata 1959 fu considerata straordinaria tanto da costituire l’avvio di due nuove produzioni. Con la prima si è voluto dare spazio al Pinot Noir creando una versione Rosé. La seconda, l’Œnothèque, voleva essere ed è la traduzione della filosofia produttiva di Richard Geoffrey espressa con “Les tres plénitudes”, cioè i tre momenti in cui lo Champagne raggiunge la “plenitudine”, ovvero lo zenit della potenzialità espressiva. Il primo è a otto anni dalla vendemmia, con sette almeno di permanenza sui lieviti, e per il Dom Perignon si esprime nel Vintage; il secondo, tra i dodici e i quindici anni, e il terzo, tra i venticinque e i trenta dalla vendemmia e hanno dato luogo ad eccellenze assolute con l’Œnothèque. Nel 2000 il progetto è stato trasformato in P2 e P3 a indicare la seconda e la terza “Plénitude”, che, sfruttando le riserve della Maison, ha trovato modo di esprimersi con la 1970 come prima annata. Questa evoluzione ha fatto sì che la cuvée de prestige di Moët & Chandon diventasse una Maison a se stante, con una produzione che abbina numeri eccezionali a qualità estrema.
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È logico che a completamento di questa storia parallela tra Champagne e musica la scelta del vino cadesse su un degno rappresentante del protagonista di questa favola, il “vecchio cellario”. Per poter scegliere tra tutte le sue meraviglie, mi sono, quindi, rivolto alla memoria di una fantastica degustazione tra amici in cui fu aperto il Dom Perignon Œnothèque 1996, l’ultima vendemmia ad uscire con questo nome prima di diventare, con la 1998 P2. (Clicca sulla foto per i dettagli)
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L’approccio all’abbinamento è improntato sulla potenza della base ritmica sincopata, cui fa eco l’eleganza dell’ingresso dei fiati, che soffiano verso il naso le mature fragranze nocciolate che cavalcano la fine carbonica. Le sensazioni gessose disegnano sulla lavagna della percezione olfattiva le sinuose linee dello “swing” sensuale dei profumi floreali e leggermente agrumati. In bocca entra pungente con le fini bollicine a solleticare l’assolo di clarinetto mentre la cadenza serrata della batteria dà il tempo alla irresistibile progressione fresco sapida. Senza alcuna flessione di ritmo i fiati rientrano insieme per il gran finale che riempie l’udito di sensazioni che permangono nel tempo, esattamente come i contrappunti di leggerezza e potenza, freschezza e maturità, finezza e sostanza donano infinita persistenza gusto olfattiva al vino.
Per sottolineare l’eleganza di questo abbinamento chiude la favola una versione di Sing Sing Sing montata su una famosa scena di Swing Time, in cui Fred Astaire e Ginger Rogers volteggiano leggiadri. (clicca sulla foto)
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