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Come eravamo

Nel calice rosa di DomPé Oenothèque, le Olimpiadi, Jayne Mansfield, i gerani da annaffiare, mezzo secolo di ricordi altrettanto ineguaglibili.

Daniele Maestri
FotografiaIl pieno dell’estate è il mio momento. Le spiagge affollate, le autostrade intasate nei giorni da bollino rosso del grande esodo non fanno per me. Quando la città si svuota, e perfino le automobili spariscono dalle strade del quartiere, sono felice di rimanere, perché ritrovo le atmosfere e gli scenari della mia infanzia. I vicini mi affidano le chiavi per annaffiare le piante, perché da anni sanno che a luglio, ad agosto, sono tra i pochi a rimanere stabilmente in città. Verso sera, quando il solleone allenta la sua morsa, metto il naso fuori casa. Di notte vagabondo come i gatti per le strade silenziose del centro, in cerca di frescura vado dall’Appia Antica colle sue catacombe al Parco degli Aranci sull’Aventino, e poi dalle sponde del Tevere al Monte dei Cocci fatto di milioni di anfore spezzate, mi perdo nel tridente viario verso Piazza del Popolo, ascendo al Fontanone del Gianicolo, ascolto la musica dell’acqua che lungo l’Aurelia arriva da Bracciano e contemplo Roma in tutta la sua immensa bellezza. E’ tutta mia la città. Per la sete del corpo, nulla di meglio dello zampillo di un nasone, che per fortuna non hanno chiuso, nonostante l’emergenza idrica. Per quella dello spirito, quest’anno ho provato profonda emozione con un raro Dom Pérignon Œnothèque Rosé 1992, 54% di Pinot Nero (di cui il 20% in rosso) e 46% di Chardonnay.
Dom Pérignon Oenothèque Rosé ’92Per il suo creatore Richard Geoffroy, chef de cave dal 1996, non un semplice Champagne Rosé, ma “una espressione gloriosa e intrigante del Pinot Nero, oltre l’assemblaggio perfetto, vellutato come un assolo della chitarra di Carlos Santana, voluttuosamente espressivo nella sua stratificazione di spezie e frutti esotici”. Creazione geniale di Richard, la serie Œnothèque sta a indicare che il vino, dopo 15-20 anni dalla vendemmia, ha raggiunto l’apice della sua seconda maturità (P2, ove P sta per plénitude, senza allusioni ad alcuna loggia massonica), o della terza (P3), dopo aver dormito 30 anni sui lieviti. La veste rosa antico, con riflessi di una lucentezza quasi metallica, che vanno dal corallo al ramato, è seduzione pura. Poco importa se, dato il caldo, l’avrete lasciato un po’ di più nel cestello col ghiaccio, tanto da appannare i calici: è incredibile la forza espressiva del bouquet che pian piano va espandendosi a coda di pavone, spaziando da rosa meillandina, fior di pesco e frangipane a kumquat, pompelmo rosa, ribes, pesca tabacchiera, papaya, bacca di goji, curcuma, zenzero ed erbe aromatiche, ulteriormente impreziosito da un tocco minerale di cipria e sale rosa himalayano. Il filo armonico della seduzione sembra raddoppiare al palato, scatenando sensazioni tattili profonde, languorose, emozionanti. Nulla di muscolare, al contrario: è un gioco di grazia sulle punte, che alla dolcezza del ritorno fruttato alterna spunti sapidi che rammentano il melangolo e la foglia di tè Pu Er. In sintesi, ineguagliabile stile "Dom Pé" di somma eleganza, ennesimo colpo da maestro di Richard Geoffroy, dottore in medicina, enologo atipico e anticonformista, un Tintin glaucopide, che al primo incontro (un memorabile evento di Bibenda) ha subito suscitato in me profonda simpatia.
Daniele Maestri e Richard Geoffroy
Bibenda
Roma caput mundi è ai nostri piedi, e la notte stellata, piuttosto afosa, spinge a nuovi sorsi, ma l’  Œnothèque Rosé è talmente espressivo, ricco di personalità, da dare l’impressione di un dialogo con creatura viva, seducente e femminea per la carnalità e la raffinata sensualità che ne promana. All’Hotel Cavalieri, già Hilton, quartier generale della nostra Fondazione, ancora non si è spenta l’eco dei festeggiamenti per il cinquantenario. Mezzo secolo fa portavo i calzoni corti, ma ricordo bene il clima di guerra tra ecologisti avversari del progetto e “palazzinari” sostenitori, e le polemiche trascinate negli anni. Monte Mario, all’epoca, era un parco panoramico non ancora stravolto dalla speculazione edilizia, ma nella Roma delle Olimpiadi il cemento avanzava rapidissimo e inarrestabile, particolarmente invasivo da nord, ove arrivava la Via Francigena, percorsa da viaggiatori a cavallo (da cui il nome Cavalieri) che smontavano in vista dell’Urbe. In mezzo secolo, non si contano gli ospiti illustri dell’hotel, da Fred Astaire a John Travolta, da Liza Minnelli a Julia Roberts, oltre a innumerevoli capi di stato e personalità della cultura. In questa splendida serata romana, sedotto, quasi stregato dal calice rosa che più rosa non si può, sia in senso cromatico che come ologramma di splendida rosa materializzato all’olfatto, pensieri e ricordi si accavallano, e viene in mente una sfortunata diva hollywoodiana, da noi, molto ingiustamente, quasi dimenticata.
incidente Vera Jayne MansfieldEsattamente cinquant’anni fa, il 28 giugno del 1967, si spegneva a 33 anni, in un tragico car crash, la stella di Vera Jayne Palmer, in arte Jayne Mansfield, bionda fatale rivale storica di Marylin Monroe, morta cinque anni prima. Per il rosa, come rammentano i suoi biografi, la Mansfield aveva una vera e propria ossessione, in linea col suo personaggio da Barbie maggiorata, icona di femminilità sopra le righe. Vestiva di rosa, abbigliava dello stesso colore i suoi quattro chihuahua, rosa erano tende e biancheria di casa, mentre nel lussureggiante giardino della sua villa spiccava una fontana rosa che non sprizzava acqua, ma Champagne rosé. In marmo rosa venne edificata la sua tomba.
Vera Jayne Palmer
Vera Jayne Palmer
Vera Jayne Palmer
Vera Jayne Palmer
FotografiaJayne brucia letteralmente la propria esistenza, vivendo molto intensamente: si sposa tre volte, come Marylin, e da ogni marito ha figli, la prima volta a 16 anni. Trova però anche il tempo per studiare teatro e fisica all’Università del Texas, diventando allieva del regista Sidney Lumet. A vent’anni debutta in teatro con Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Parla correttamente cinque lingue, e ha il dono di un elevato quoziente di intelligenza. Ma Hollywood non la valorizza, offrendole i soliti ruoli supersexy da svampita platinata. Meno compromessa di Marylin con gli ambienti di potere, finisce per pagare a caro prezzo la propria indipendenza: pochi i ruoli importanti della sua carriera (accanto a star del calibro di Cary Grant e  James Stewart), a fronte dei molti melodrammi e commedie low cost, molti dei quali girati in Europa, integrati da serate nei nightclub. In una famosa foto del 1957, Jayne Mansfield è ritratta accanto a Sophia Loren, che ne sbircia scandalizzata la profondissima scollatura.   All’Hotel Cavalieri, autentica pinacoteca di memorie, ricca anche di capolavori d’arte, quali arazzi fiamminghi, sculture, dipinti da Tiepolo a Warhol, una traccia importante della Mansfield è rimasta.

Non è dato sapere se, nei suoi capricci da diva, abbia preteso lenzuola rosa, ma di certo, quando il regista Luigi Scattini e il produttore Fulvio Lucisano le proposero un ruolo da protagonista,  non si volle scomodare troppo, e ottenne di girare molte scene direttamente nella stanza dell’Hilton dove alloggiava. A fare da spalla alla diva, che recita assieme al secondo marito, Mickey Hargitay, i nostri Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che seppure specialisti di film a basso costo, erano amatissimi da registi impegnati come Pasolini e Fellini, rivelandosi in grado di non sfigurare nemmeno accanto a un mostro sacro come Buster Keaton. Racconta il regista Scattini: “Jayne era bellissima, una superfemmina, una vera bomba sexy; amava il colore rosa in modo maniacale, tanto che sul set fece impazzire mia moglie, che mi aiutò a trovare lo smalto della tonalità rosa che voleva lei e il due pezzi utilizzato nel film. La accompagnò infatti, in un noto negozio romano dove dovettero farle su misura il pezzo di sopra perché non esisteva una misura per lei.
Fotografia
Franco e Ciccio
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A parte questa sua mania per il colore rosa, per il resto era una vera professionista. Molto seria sul lavoro. Giocava a far la sciocca ma non lo era. Io la andavo a prendere sempre in aeroporto quando arrivava a Roma dagli Stati Uniti, e parlavamo a lungo. Lei soggiornava sempre all’Hotel Hilton, ed è proprio lì che abbiamo girato gran parte degli interni. Il film costò all’epoca circa 40 milioni, e ne incassò circa un miliardo. La bellezza della Mansfield e le gag di Franco e Ciccio aiutarono il successo del film, che oggi mi risulta essere considerato, dalle nuove generazioni e dagli amanti del genere, un vero e proprio cult”. “L’amore primitivo”, in effetti, esce in mezza Europa e, naturalmente, anche negli Usa.
L'Amore Primitivo
L'Amour Promitef
Primitive Love
Dom Pérignon Oenothèque Rosé ’92La trama è semplice, e contamina la commedia coi reportage tribali “mondo movies” alla Gualtiero Jacopetti: una giovane e prosperosa studiosa d’antropologia mostra al suo professore il materiale cinematografico da lei stessa raccolto in paesi esotici, filmando le usanze sessuali dei popoli primitivi.
L’incontro con il professore avviene nella camera dell’albergo dove la giovane studentessa soggiorna.
Intanto, due maldestri camerieri siciliani, Franco e Ciccio, soggiogati dalla bellezza esplosiva della nuova ospite, fanno di tutto per avvicinarla, scatenando una serie di gag, tra le quali (parecchio osé per l’epoca) è indimenticabile il sogno di Franco, che in costume da selvaggio suona il tam tam mentre la Mansfield si scatena in una conturbante danza orgiastica. Ma il sogno svanisce, e Franco si risveglia disgustato in braccio a Ciccio. Svanisce, centellinando le ultime gocce di rosé, anche il mio sogno romano a occhi aperti, torna a chiudersilo scrigno della memoria su una pagina senz’altro minore della nostra cinematografia, preziosa tuttavia perché specchio dei costumi del tempo, quando una bambola rosa era sufficiente a creare profondo scompiglio e turbamento nell’animo degli italiani alla vigilia della rivoluzione sessuale degli anni settanta-ottanta. Riflessioni forse fatue, ma adatte a una afosa serata d’estate, stimolate dal più speciale tra gli Champagne rosé, sorseggiato in speciale compagnia. Dom Pérignon Rosé Œnothèque:“the one and only” si potrebbe dire. Furono appunto queste le ultime parole pronunciate orgogliosamente da Jayne Mansfield, in risposta a un’ammiratrice che l’aveva fermata all’uscita da un locale, chiedendole se fosse proprio lei, la famosa diva. La stessa sera, pochi istanti dopo la mezzanotte, la lussuosa Buick Electra del ’66 sulla quale Jayne viaggiava con figli, cagnolini e il suo avvocato-amante per il quale aveva avviato il divorzio, si schiantava contro un camion sulla highway tra Biloxi e New Orleans. Si salvano solo i ragazzi, sul sedile posteriore. La diva è orribilmente straziata dalle lamiere, come pure il giovanissimo autista, vittima secondo gli esperti della cosiddetta «sindrome di Diana». Come per l’ex principessa del Galles, infatti, sarebbe stato fatale lo stress indotto da una serie di fattori, quali l’impazienza tipica delle star, gli orari irregolari, il nervosismo di addetti stampa e manager, la pressione di fans e paparazzi, la probabile assunzione di stupefacenti o alcol nemici della sicurezza alla guida.
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