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A proposito di terroir

Nila Halun
Dal n.13 di
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Autunno a Tain-l’Ermitage. Assaggiando un grande Syrah, la domanda diretta al vigneron: quali segrete arti dietro la creazione di un vino di tale intensità? La risposta secca: prima e sopra di tutto il “terroir”. Eppure questa parola, che significa molte cose, rimane tra gli elementi più controversi.

Alcuni lo definiscono come un insieme di caratteristiche geologiche e geografiche che rendono quell’appezzamento, e il vino che ne deriva, assolutamente irripetibili; altri invece aggiungono a questo anche il fattore umano. Per altri infine terroir significa esclusivamente terreno, suolo.

Ma, mentre di generazione in generazione i vigneron francesi cercavano di custodire la loro terra, in questi ultimi decenni si sono aperti nuovi orizzonti. I vigneti del Nuovo Mondo, le nuove tecnologie - hitech wine-making - nuovi vini spesso tecnicamente perfetti e a un prezzo competitivo, capaci inoltre di sottrarsi al sistema di regole e limitazioni presenti nelle nazioni di più antica tradizione vinicola. Nuove strategie di marketing che hanno imposto nuovi standard del gusto: i mass-market wines. Uniformità, omologazione, dove poco o niente interessa il territorio d’origine. Vini di facile beva, che non richiedono preparazione specifica del consumatore.

Così moltissimi produttori si sono adattati alle mode del momento, costruendo prodotti con uve surmature e ampi passaggi in legno. I vini “varietali”, destinati a soddisfare la domanda globalizzata  invece delle richieste di tipo individualistico. Un esempio per tutti lo Chardonnay, vino di gran moda negli anni ‘80 e ‘90 e ancora oggi richiestissimo. La sua coltivazione è passata, soltanto in America, dai 1.000 ettari vitati negli anni ‘60, agli oltre 97.000 agli inizi del 2000!

Oggi il 90% dei vini nel mondo è rappresentato proprio da quelli cosiddetti tecnologici.

E le differenze allora? Lo stesso Robert Parker interviene nel dibattito sostenendo a sua volta le teorie dei produttori modernisti, e cioè che le scelte e i metodi di lavorazione possono contribuire al carattere di un vino più del terroir stesso. Viene ribadita la tesi, quindi, che il wine-maker possa supplire con il proprio intervento anche a un’ipotetica deficienza delle caratteristiche del terroir. 

Ma è davvero così? Sappiamo che un restante 10% dei vini (tra cui i nostri Barolo, Amarone, Sagrantino ecc.)  non può essere riprodotto se non in quell’unica dimensione spazio-climatica e culturale che ne definisce ed esalta le irripetibili caratteristiche!

Se è vero quindi che la teoria del terroir viene sbandierata dai francesi per giustificare uno status quo dei loro vini e mantenerne alti i prezzi, ci sembra vero anche e soprattutto che proprio questi vini, e non altri ci regalino le emozioni più vere e intense (ed anche, a volte, qualche sgradevole sorpresa!).

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