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Le tre dame di Parigi

Cinzia Bonfà
Dal n.190 di
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Dalla mia passione per il Medioevo e da una ricerca tra vecchi libri e manoscritti che ho fatto per gli usi e i costumi durante questo lunghissimo periodo storico che abbraccia quasi un millennio, sono riuscita a trovare dei racconti davvero goliardici riguardo il consumo di vino che veniva fatto tanto dagli uomini, quanto dalle donne. Il piacere di bere era sempre condiviso non solo nei banchetti reali ma quotidianamente anche dal popolo nelle famose “taverne” delle quali ho parlato, sempre in questa sede, qualche articolo fa. I bevitori delle taverne erano soprattutto uomini, contadini, operai che dopo il lavoro sentivano il bisogno di rilassarsi e di chiacchierare ma tale esigenza era anche espletata dalle donne che si riunivano e bevevano tra di loro.

Nel Medioevo era uso avere a Corte dei poeti e menestrelli ospitati e nutriti dai loro padroni in cambio delle loro parole cantate durante le feste. Watriquet de Couvin fu un menestrello francese del XIV secolo e poeta di Corte di Guy Ier de Blois-Châtillon, Conte de Blois che raccontò molto della vita da bevitori che avveniva nelle taverne. Uno di questi racconti, intitolato “Des les trois dames de Paris” (Delle tre dame di Parigi), mi è piaciuto in modo particolare, tanto che ne ho voluto condividere il contenuto. Buona lettura!

<< Un bel giorno del 1320, il giorno dell’Epifania per la precisione, appena prima della messa principale, la moglie di Adam de Gonesse, chiamata la Margue, e sua nipote Marion Clippe, decisero di andare a mangiare un boccone e di spendere qualche soldo. Le intenzioni di partenza erano buone. A parte il fatto che vi si recavano all’insaputa dei mariti che le credevano in pellegrinaggio. Eccole dunque che partono per andare da Perrin du Terne, un nuovo taverniere. Per strada incontrano madama Tifaigne, la ricamatrice, la quale ha una gran voglia anche lei, dice, “di un vinello di Rivière”, un vino tranquillo delle colline della Marna, “un vino chiaro”, dice, “pieno di luce, forte prelibato, fresco, fragrante sulla lingua, dolce e piacevole da mandar giù”. Così piacevole che lei non sa resistergli. Eccole dunque incamminate verso la taverna dei Maillets, accompagnate dal giovane Drouin, un valletto che potrà sempre rivelarsi utile. E in effetti Drouin non si risparmia, va dal rosticciere e porta loro tutto ciò che riesce a trovare di buono. Ah, c’era da vederle, giù a lavorare di mascelle e a riempire e svuotare il nappo senza sosta! In un battibaleno avevano già speso quindici soldi. Dell’oca ingrassata a puntino con aglio piccante e una torta calda per ciascuna, e tre bocce di vino di Rivière, e altrettante di Grenache, e poi ancora delle cialde, delle mandorle sbucciate, formaggio, noci, pepe, spezie. Drouin trotta come un mulo e intanto la Marion Clippe fa sorniona:”Comare godiamocela come si deve! Tanto il conto lo pagherà il tuo allocco, anche se non toccherà una goccia di vino”.

Era già un’avvisaglia di tempesta. Ma il divertimento va avanti. Drouin porta il Grenache. Ne vogliono dell’altro, è così buono. Drouin va e viene. Ah, che vino! Ma che vino! “Ingorda che non sei altro” dice la Marion Clippe. “Io non voglio berlo d’un colpo ma a piccoli sorsi, per far durare di più il sapore. È bello tirare un po’ il fiato tra una sorsata e l’altra; così ti restano più a lungo in bocca la dolcezza e la forza del vino.” Insomma si fa bisboccia da mane a sera, con il nappo sempre pieno. “Vorrei andare fuori”, disse la Marion Clippe che non ce la faceva più, “a ballare per strada senza che nessuno ci veda. Per chiudere la festa in bellezza. Ci scopriremo la testa e faremo prendere aria al nostro corpo.” Detto e fatto, più alla svelta di quanto non pensassero. “Lascerete qui i vostri vestiti”, dice freddamente il giovane Drouin, “a mo’ di pegno.” Ed eccole sul selciato, mezze nude a cantare a squarciagola, inciampando una volta sì e l’altra pure. Drouin che le seguiva, le vede ridotte talmente male che in quattro e quattr’otto finisce di levare loro di dosso gonne, pellicciotti, scarpe, borse, lasciandole in strada nude come vermi, ubriache fradice e più infangate dei maialini.

Al mattino si rimane stupefatti per l’accaduto. Le danno per morte nel vederle così “ignude e abbandonate in mezzo alla via”. Quanto ai loro mariti, chiamati in soccorso, sono lì lì per andare in deliquio per il dolore e la collera al tempo stesso, visto che delle loro mogli “testa e natiche appaiono alla vista”. A quel punto le portano al cimitero degli Innocenti e le sotterrano l’una sull’altra, ancora vive. Naturalmente il freddo della notte le ravviva. Escono dalla terra e dal cimitero. Un po’ in cattivo stato gridano attirando l’attenzione di tutti: “Drouin, Drouin, dove sei finito? Portaci tre aringhe salate e un boccale di vino e di quello forte per darci un po’ di conforto!” Aggiungendo poi: “e chiudi la finestra grande che abbiamo freddo!” Poiché erano state date per morte, fu uno choc enorme vederle riapparire l’indomani mattina nel luogo stesso dove erano rinvenute. E conciate allo stesso modo. Il povero giovane che le aveva sotterrate si sentì così male che si fece immediatamente il segno della croce. Ed ecco che madama Tifaigne si alza e si mette a strillare: “Drouin, portaci da bere!” “E io”, dice la Marion Clippe, “voglio dell’altra trippa!” Erano così in preda ai postumi della sbronza, così furiose, così veementi che tutti fuggirono in preda alla paura credendo che fossero delle diavolesse appena tornate dal gran sabba.>>

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