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Il cubista della vigna

Simone Revelli
Dal n.1 di
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Parla di sé come di un “semplice” contadino ma supera tale definizione sia nel tempo che nello spazio. O forse le restituisce il significato primigenio. Ride poco, parla dopo lunghe e meditate pause, descrive tutte le volte che si è messo in discussione ed ha cambiato strada, lui per primo. Lascia trapelare passione, vitalità e perfino il dolore con l’umiltà e la timidezza degli uomini grandi.

Catapultato in un venerdì qualsiasi su una città molto distante dal suo ambiente, in un albergo internazionale che è quanto di più lontano dalla sua essenza. Tutto ciò per parlare del modo in cui la cinciallegra nutre i suoi piccoli, dell’importanza dell’acqua per la vita, di quando ha visto il mosto fermentare dentro un’anfora ed ha scoperto che “fa tremare il cuore”. La platea lo ha ascoltato assorta in una specie di trance - come accade con certi leader del pensiero che sanno far scoccare qui e là scintille rivelatorie nei discepoli - per sciogliersi infine in un applaudo commosso e grato.

Per raccontarlo occorre citarlo letteralmente affinché le parole mantengano il respiro, il ritmo e la passione che avevano quando sono state messe insieme, pensate e poi verbalizzate per diffondersi nell’aria e arrivare all’uditorio. Le riporto sperando di mantenerle integre il più possibile.

 

“Fare il vino buono è come cercare l’acqua buona: bisogna andare alla sorgente, non alla foce”.

“Il Dio-Natura non fa l’annata per noi, siamo noi che dobbiamo vivere l’annata. Non esistono annate piccole o grandi”.

“Il vino non è obbligatorio. Si fa solo se ha un senso, si beve solo se ha anima”.

“Per fare il vino devi avere le scarpe sporche di terra, non la cravatta per viaggiare”.

“Quando entro in cantina, il mio vino sa di che umore sono. Se parlo con una persona che non mi piace, il mio vino si chiude e non è più buono neanche per me. Il vino è come il pensiero”.

 

Ciò che produce lo rispecchia. Vini che non accolgono chi li approccia con frettolosa superficialità. Difficili, scarni, celebrali, destrutturati. Vanno cercati con il naso e goduti al palato. L’uvaggio che vorrebbe abbandonare (noi speriamo ci ripensi) è potente ventaglio di aromi e colori. L’amata Ribolla gialla un quadro di eleganza, compostezza e rigore che lascia confusi. Tra le quattro in prova, 2003 e 2005 le annate che hanno colpito più a fondo, trapassando la semplice degustazione per astrarsi in una categoria mentale, puro concetto. Ricerca della fonte, della sorgente appunto.

Se fosse un musicista suonerebbe il jazz senza fronzoli del Miles Davis più criptico. Se fosse un pittore sarebbe Picasso: talento classico usato per rompere gli schemi, maestro con molti allievi. Se fosse uno scrittore sarebbe un visionario eretico come Saramago.  Ma è un viticoltore, ed il suo nome è Josko Gravner.

 

 

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