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D come Donut

Daniele Maestri
Dal n.148 di
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Donut, secondo la grafia Usa semplificata, sta per Doughnut, letteralmente noce di pasta. Negli Usa, un vero feticcio alimentare per le generazioni postbelliche, reso popolare anche da noi da un’infinità di telefilm. Homer Simpson, personaggio dei cartoon con tutti i vizi dell’americano medio a cominciare dal trash-food, ne va letteralmente pazzo, e sbava senza ritegno al solo pensiero. Meno evidenti risultano i motivi per cui così spesso la famosa ciambella fritta ricoperta di glassa zuccherata è associata ai poliziotti di pattuglia o in servizio notturno al commissariato. Golosaggine e pulsioni regressive non c’entrano: il fatto è che le catene di Donut sono aperte 24 ore su 24 anche nei piccoli centri, lo zucchero primo ingrediente fornisce energia immediata a basso costo e la scatola take away è molto comoda da portare in macchina con una walky cup di caffé lungo. Nel film  Full Metal Jacket  di Stanley Kubrick, un Jelly Donut (nella versione italiana, ciambella con crema) trovato dal sergente Hartman nell’equipaggiamento della recluta Palla di Lardo scatena una tragedia fatale ad entrambi.

Il Donut diventa popolare negli anni cinquanta, col diffondersi delle catene Dunkin’ Donuts e Krispy Kreme negli Usa e dalla Tim Hortons in Canada, che replicano su scala industriale un dolce tradizionale olandese dal nome ostico, l’Oliebollen, o Oliekoek (letteralmente, dolce oleoso, fritto cioé nello strutto). Il 1847 sarebbe, secondo una storia leggendaria, la data di nascita ufficiale: per agevolare il figlio Hanson Crockett Gregory, timoniere su una nave in partenza per il New England, la madre Elizabeth arricchì il dolce con noci e uvetta nell’impasto (da cui il nome Dough-nut), dandogli una forma a ciambella, affinché il figlio potesse infilarlo al polso, mantenendo le mani libere per le manovre. Giusto un secolo dopo, nel 1947, un imprenditore del Massachusetts di origine ebraica, tale William Rosenberg, ebbe l’idea di aprire a Quincy, sua città natale, una rivendita di ciambelle inizialmente chiamata Open Kettle. Il successo fu tale che alle soglie del decennio successivo i negozi erano diventati cinque, per poi moltiplicarsi su scala planetaria.

La storia è riassunta nell’autobiografia “Time to make Donuts. The founder of Dunkin Donuts share san American Journey”, scritta da Rosenberg un anno prima della sua scomparsa. Oggi il suo impero è la maggior catena mondiale di caffetterie e prodotti da forno al mondo che nei suoi punti in franchising serve ogni giorno 2,7 milioni di clienti, distribuiti in 32 Paesi. Italia esclusa, dopo il fallimento dell’operazione partita nel 1999. Il motivo? La preferenza degli italiani per i prodotti da forno tradizionali e la ritualità della pausa caffè al bar, espresso in tazzina, agli antipodi del gusto rispetto al beverone in plastica da passeggio della giant cup da 600 ml. Ci riprova ora Starbucks, il cui patron, Howard Schultz, ha annunciato il mese scorso in conferenza stampa il prossimo sbarco italiano a partire da Catania.

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