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Un viaggio nel tempo

Giada Piper
Dal n.130 di
Fotografia

Rossana, mia nonna materna, una delle persone più importanti della mia vita. Ultima di quattro figli, una donna d’altri tempi, lei che aveva vissuto la seconda guerra mondiale e aveva conosciuto la fame, durante il periodo dei tedeschi, così lo chiamava lei, era nascosta in un convento. Quella donna meravigliosa che , fino a quattro anni fa mi aspettava sulle scale del portico della villa del mare, portava addosso tante cicatrici, ma era sempre elegantissima, la ricordo come se fosse ieri vestita della sua vestaglia da casa a fiori, della sua sigaretta e il suo rossetto color corallo, appena mi vedeva entrare dal cancello scendeva i gradini con calma, come se fosse una starlette. Mi veniva incontro e mi diceva che mi stava aspettando e che non vedeva tempo che io arrivassi per poter cucinare con lei, lì pronta a braccia aperte. In cucina tutto già era predisposto, mentre Maria la governante prendeva le cose dal frigo e le poneva su un vecchio tavolo di marmo bianco, appena pulito con acqua e sapone, ancora umido. Questa stanza enorme, si affacciava su gran parte del giardino, e dalle persiane socchiuse entravano i raggi del sole che illuminavano tutta una parete, e appese al muro c’erano delle grandi pentole di rame, ognuna di una grandezza diversa, e dei piatti dipinti a mano che i miei nonni comprarono a Vietri, su una credenza altri ammennicoli di vario genere.

Dall’altra finestra invece si intravedeva il grande albero di fichi, che la gente si fermava a guardare per la sua grandezza. Nel frattempo mia nonna con molta calma poneva dei teli puliti sul tavolo, per potervi adagiare l’indivia appena lavata, nel mentre apriva il cartoccio, (così lo chiamava lei),dove il pescivendolo le aveva messo già spinate ed aperte un chilo di alici, ne prendeva una ad una controllando nuovamente che non ci fossero spine e le metteva sotto l’acqua fresca per toglierne attentamente i residui. Mentre compiva questa sorta di rituale, sembrava stesse sgranando il rosario e mi raccontava di come avrebbe preparato quella pietanza, così povera ma altrettanto prelibata, che a suo tempo le aveva insegnato a cucinare la madre, mia bisnonna Sara detta Rina, ed io ero lì incantata a guardarla e ad ascoltarla, come fosse la prima volta. Con fierezza poggiava una ad una queste piccole alici su un altro panno, perché perdessero l’acqua in eccesso.

Mi raccontava di come era facile fare quel piatto e che come tutta la cucina giudaico romanesca, “Gli aliciotti con l’indivia”, fossero comunque una pietanza povera, quasi di scarto. Da alcuni manoscritti, diceva, che nel 1555 durante il periodo della ghettizzazione degl’ebrei, un Papa, Paolo IV emanò un editto, in cui era vietato loro acquistare ingredienti di lusso e di banchettare con portate importanti, che erano permesse solo ai ricchi e ai benestanti. Le donne ebree si dovettero ingegnare per far si che ciò che le cose che preparavano da mangiare fossero comunque all’altezza della tavola dove venivano servite. Dopo alcuni anni ci fu una seconda bolla papale, dove ci furono ulteriori divieti, anche più rigidi per la carne, per il pane e per tutte quelle vivande che si cucinavano, che servivano loro solo per nutrirsi e non a banchettare. Tutti questi veti durarono fino all’ascesa al trono di Napoleone Bonaparte, che “liberò” gli ebrei dai cancelli del ghetto definitivamente, in cui vivevano, e dai quali uscivano solo per fare alcuni lavori esterni, per farne ritorno la sera. Mia nonna inoltre mi raccontava, che negl’anni la situazione peggiorava ulteriormente, e gli editti emanati erano sempre più restrittivi, questa fu una delle tante motivazioni per la quale oggi, si mangiano alcuni piatti come i “carciofi alla giudia”, la bottarga,(uova di muggine), ed altri alimenti, che sono rimasti nella nostra tradizione. Ogni tanto si asciugava le mani sul grembiule che indossava, e chiedeva a Maria di sbrigarsi, perché stava arrivando mio nonno Cesare con mio zio Bruno da Roma. Loro erano ottici, ed avevano il negozio proprio su piazza del Risorgimento, dove tuttora ci lavora mio zio e venivano alla casa al mare per passare il week end tutti assieme.

Rossana, la mamma di mia madre, passava da una parte all’altra della cucina per prendere una volta l’olio dalla credenza posta accanto la macchina a gas, un’altra per tamponare l’indivia per asciugarla al meglio e a me chiedeva di aiutare la governante ad apparecchiare la tavola sotto al patio, dove arrivava un lieve venticello serale dal mare che distava a pochi metri. La cucina era tutta in subbuglio, ed il ponentino entrava da quelle finestre, leggero, e dal porticciolo si sentivano gli stralli delle barche a vela che battevano sugli alberi maestri, e lo stridio dei gabbiani che volavano sempre più lontani, una magica atmosfera, quasi indimenticabile. Finalmente prese la teglia, dove metteva uno strato di indivia, ed uno di alici così fino a toccare il bordo, mettendo la giusta quantità d’olio per non far seccare troppo il tutto, si avvicinava al forno ed infilava il tegame dopo aver acceso il gas, tutto per 40 minuti circa. Il sole stava tramontando e la tavola era stata ben imbandita, una brocca d’acqua naturale per lei, quella d’acqua frizzante per noi, le posate nel verso giusto ed i tovaglioli ben piegati accanto al vecchio servizio di porcellana, vicino i bicchieri ed il pane coperto, le rosette del forno del paese ancora fresche dentro al cestino di vimini. Lei ogni tanto andava in cucina apriva il forno e con la forchetta punzecchiava quella meraviglia per far uscire i succhi e per sincerarsi che la cottura procedesse a modo. Nel mentre mio nonno, giunto alla villa suonava il clacson della sua vecchia giulietta per farsi aprire il cancello, e mia nonna tutta contenta tirava fuori quel piatto meraviglioso, e ponendolo sulla tavola ci invitava prima a lavarci le mani e poi a sederci per gustare quella leccornia tutti assieme.

Nonno Cesare a capotavola e noi tutti intorno, ad ascoltarlo come se a parlare fosse un Re che narrava le sue gesta, noi tutti in silenzio.

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