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La tecnologia dei social investe anche il vino
Pubblicato il 05/12/2014
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Che il progresso tecnologico ormai da molti decenni abbia fatto il suo ingresso in vigna ed in cantina non stupisce più nessuno, ma che esso cominci a condizionare la diffusione, la fruizione, la conoscenza, il consumo e quindi il mercato, è una tendenza che solo recentemente si va imponendo. Vivino app, social network del vino ideato dal danese Heini Zachariassen, pur non essendo l’unico, è uno degli esempi più rappresentativi di questa recente tendenza che crediamo destinata sempre più a diffondersi e ad influenzare con crescente vigore tutto quanto inerisce al consumo del vino, considerando anche le possibilità d’implementazione di quest’app, con i più importanti e frequentati social generici quali facebook e twitter. Creata per IOS, Android e windows Mobile, Vivino è raggiungibile all’indirizzo www.vivino.com Senza soffermarsi sui dettagli e sulle molteplici funzioni di questa app, basterà qui dire che Vivino ci consente di scattare una foto ad una qualunque etichetta o lista di vini e, attraverso internet, allo stesso tempo inserirla nell’enorme database sui suoi server e condividerla potenzialmente con tutti i fruitori di quest’applicazione, ad oggi stimati più o meno in 6.000.000 in tutto il mondo. Quando, scattata una foto ad una etichetta o ad una lista di vini l’applicazione individua una o più corrispondenze nei suoi database, ci vengono restituite una serie di informazioni su quel dato vino come il prezzo medio rilevato, la valutazione media, oltre all’etichetta stessa e molte altre informazioni aggiuntive più o meno importanti. Alcune di esse sono riportate in etichetta e dunque incontrovertibili, ma è da notare che molte altre informazioni quali la valutazione, il prezzo, suggerimenti sugli abbinamenti e sulla giusta temperatura di servizio, eventuali uve costituenti il blend ecc., possono essere facoltativamente inserite direttamente dal singolo utente, e quindi, ad esempio, la valutazione di quel vino non sarà altro che la media matematica dei voti espressi dagli utenti, prescindendo dalla loro singola competenza. La filosofia di quest’applicazione è ben sintetizzata dalle parole dello stesso Zachariassen: “Vivino è destinata ad utenti medi che vogliono sapere quali vini piacciono alla gente comune, non quale vino i critici dicono di bere”.

Di per sé la caustica filosofia così ben sintetizzata da Zachariassen non è criticabile e, al verificarsi di determinate condizioni, sarebbe anche condivisibile. Quali sono dunque a nostro avviso vantaggi e svantaggi, opportunità e rischi direttamente connessi con la inevitabile ed esponenziale diffusione di applicazioni come quella in questione? Molto se non tutto dipende dalla cultura enoica del singolo utente. In mancanza di essa, infatti, il vino sarebbe spogliato di tutta quella che è la sua dimensione emozionale e del suo potere evocativo, per essere ridotto ad una pura astrazione matematica in cui prezzo e valutazione media diventerebbero gli elementi determinanti per la sua scelta. Inoltre, abbiamo riscontrato un discreto numero di errori, alcuni dei quali madornali, concernenti vari aspetti. Ci è capitato, ad esempio, di imbatterci nel Moscato di Terracina Oppidum delle cantine S. Andrea che riportava come zona di produzione niente di meno che Chianti… Oppure ci è successo di imbatterci in un Prosecco indicato invece che come vino spumante, come vino rosso. I succitati errori bastano a sintetizzare quanto dannoso possa essere un utilizzo superficiale e privo di consapevolezza di una siffatta applicazione. Errori a parte, abbiamo notato alcune imprecisioni e mancanze nelle informazioni restituite dall’applicazione. Qui ci limiteremo a riportarne solo tre a titolo esemplificativo. La prima, per la verità piuttosto grave,ma volendo di facile e rapida soluzione, è l’omissione della gradazione alcolica dei singoli vini… Volutamente non ci soffermiamo sul perché di una tale mancanza. Un’altra, più complessa da risolvere, è probabilmente derivante dalla difformità delle legislazioni dei vari paesi in materia vinicola. Tale mancanza fa sì che si crei confusione spesso sul luogo di produzione di un dato vino. Ad esempio, mettendo a confronto tre differenti Barolo, nel campo regione potremmo indifferentemente trovare Piemonte, oppure Langhe o anche Barolo, rispettivamente la regione italiana, la zona delle Langhe in cui è compresa la Docg Barolo e la Docg stessa. Considerando che la maggior parte degli utenti non ha una cultura vinicola specifica, ben si può comprendere quale confusione ingenera una siffatta aleatorietà. Il prezzo medio, e qui siamo al terzo esempio, è ottenuto in modo a dir poco discutibile, dalla somma dei prezzi indicati divisa per il numero degli utenti che hanno segnalato il prezzo stesso e senza distinguere se esso sia quello pagato in cantina, al supermercato, in enoteca, al ristorante o altrove. Ne consegue che il prezzo medio indicato è spesso inattendibile. Se, in ogni campo, opporsi al progresso tecnologico è sempre stato anacronistico nonché una strategia perdente in partenza, così come sarebbe puramente utopistico il pretendere che ciascuno possedesse una sufficiente cultura enoica,è tuttavia auspicabile, se non addirittura doveroso, tentare di indirizzare lo sviluppo di tali app nella maniera più corretta possibile. Scomodando il grande sociologo canadese Marshall McLuhan esperto di comunicazione e profeta del “villaggio globale, egli ammoniva a non distinguere tra mezzo o strumento, contenuto o messaggio veicolati, poiché, egli diceva, che il mezzo è il messaggio. Ne consegue dunque che da un mezzo imperfetto non potrà che scaturirne un messaggio imperfetto anch’esso. Di qui la necessità da parte di tutte le organizzazioni mondiali che hanno a cuore la corretta diffusione della cultura del vino, di non liquidare superficialmente e velocemente tali fenomeni emergenti giudicandoli superficiali, modaioli e passeggeri, abdicando così ad una gran parte della loro missione,ma al contrario rivolgere ad essi una grande attenzione,, pienamente consapevoli della potenza di tali mezzi nell’influenzare i consumatori, contribuendo al meglio alla loro corretta progettazione tecnica e all’impostazione della loro filosofia di base. Tra le altre organizzazioni la Fondazione Italiana Sommelier, cui mi onoro di appartenere, dispone certamente dell’adeguata sensibilità di comprensione del fenomeno e delle risorse per affrontare questa nuova sfida, per incamminarsi su questa nuova via di diffusione della cultura del vino. Come già detto nulla di veramente criticabile nella filosofia e nelle intenzioni di Zachariassen, purché tali app vengano concepite e strutturate nella maniera più aderente alla corretta diffusione della cultura enoica. 

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