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È tempo di Conclavi e Movimenti

Simone Revelli
Dal n.54 di
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Sono settimane ricche di Movimenti e sommovimenti nella vita collettiva: mentre il Papa si dimetteva, le elezioni stavano per spazzare via gli equilibri del nostro Parlamento. L’elezione del prossimo Pontefice accompagnerà quella del Presidente della Repubblica in una coincidenza temporale che impressiona. Come sempre in questi casi, il “mondo vino” sembrerebbe velleitario se non aiutasse, con un po’ di fantasia e di ironia, a cercare una chiave di lettura per interpretare il presente.

Interno, giorno. In una stanza chiusa, con lampadari barocchi pieni di cristalli, un rigido dress code e seriosi quadri alle pareti prende il via il rito periodico dell’eno-conclave. Platea rigidamente selezionata in base al portafogli, blasone delle etichette assicurato e risonanza mediatica alta. C’è chi dissente: la mia amica scrittrice, sdegnata per lo sfarzo anacronistico, lancia accuse di immoralità, sottolinea gli scandali della Curia e dice che sarebbe ora che il Papa tornasse italiano. Basta coi francesi a tutti i costi. Che i Grandi Sacerdoti hanno perso il contatto con la realtà e con il costo di una bottiglia.

Interno, sera. In una pizzeria si radunano quelli del Movimento dei naturalisti, che vogliono cambiare il mondo e dicono che gli altri sono Convenzionali ma non solo: anche cinici e bari. Aprono a tutti, in teoria, ma non tutti riescono a capire. Mio zio, per esempio. Lui il vino lo cerca economico e non gli importa nulla dell’etichetta. Sarebbe un buon partito, ma come raggiungerlo meglio di come fa il Potere, che ha mille megafoni e scaffali pieni di bottiglie comodamente accessibili all’Iper vicino casa? Hai voglia a dire La Rete. Mio zio a mala pena sa cos’è una e-mail. Per affermare i propri valori, bisogna avere un uditorio a cui divulgarli e fare in modo che sia ampio: diversamente si creano mille capannelli di ascoltatori, si rischia l’autoreferenzialità e si conclude lasciando il campo a chi ha il megafono.

Non c’è riconoscimento reciproco. La platea pare obbligata a fare scelte di campo e tifare per la vittoria assoluta del proprio schieramento, perché gli altri non sono solo diversi: sono il Male.

Quelli che credono nella pluralità, ch’è propria delle società complesse e in fondo è un presupposto per la libertà individuale, sono silenti e in ogni caso minoritari e a volte accusati di non schierarsi. Di non essere maturi per fare “finalmente una scelta”. Per diventare grandi.

Se appoggi il nemico sei fuori. Se sei dentro invece devi accettare il codice di comportamento della parrocchia a cui appartieni. Sennò fai la fine di Pasolini oppure non pubblichi il disco (gli impresari di partito mi hanno fatto un altro invito e hanno detto che finisce male se non vado pure io al raduno generale della grande festa nazionale! Hanno detto che non posso rifiutarmi proprio adesso che anche a loro devo il mio successo).

Nessuno può dire se la contrapposizione ideologica, prima ancora che sostanziale, potrà mai ricomporsi all’ombra di una bandiera e le due sponde del Tevere riavvicinarsi. Qualcuno però comincia a sbuffare, preoccupato: qui il Paese rischia di perdersi in un bicchiere di vino.

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