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L'anima svelata: le sfumature del Pecorino secondo Velenosi
Il percorso di una famiglia si intreccia con la riscoperta di un vitigno e la sua affermazione identitaria
di Sara Speroni
Pubblicato il 30/10/2026

Attraverso le diverse espressioni del Pecorino, in un viaggio tra Abruzzo e Marche, Angela e Marianna Velenosi raccontano il valore del tempo, la complessità di un territorio e la capacità di riconoscere possibilità ancora inesplorate, trasformandole in nuove prospettive di crescita.

Angela e Marianna Velenosi insieme a Luciano Mallozzi
Qual è la forza che fa muovere del mondo?

Già sette secoli fa, nell'oscurità del suo tempo, Dante Alighieri aveva scorto questa verità assoluta, al termine del suo immortale e tormentato viaggio tra gli abissi dell'anima, e ha racchiuso il senso intero dell'esistenza in un verso eterno, un sussulto di pura meraviglia: “l'amor che move il sole e l'altre stelle”.

È l'amore, solo l'amore, l'energia invisibile e potente che governa l'universo e illumina ogni nostro singolo passo. 

È un motore che possiede molti volti, un'intera orchestra di qualità e forze silenziose: la passione che accende, la dedizione che sostiene, la caparbietà che non arretra davanti agli inverni, la lungimiranza che disegna orizzonti dove altri vedono confini e l'intuito vigile che sa leggere tra le righe. Questi sono, in fondo, i mille modi in cui quel sentimento primordiale si fa gesto, giorno dopo giorno.

Lo si dimentica spesso, nella fretta dei mercati e dei bilanci, ma dietro ogni bottiglia che ha un’anima c'è l'eco di quel sentire, c’è qualcuno che, a un certo punto, si è innamorato perdutamente di qualcosa: di una collina, di un vitigno, di un mestiere che costa fatica.

A Roma, alla Fondazione Italiana Sommelier, Angela e Marianna Velenosi ce lo hanno ricordato; madre e figlia incarnano i volti di un’azienda capace di fare del coraggio e dell’amore una forma di eleganza. A guidare insieme a loro la degustazione, il Docente della Fondazione Luciano Mallozzi.

I filari di Pecorino

Angela e Marianna, due temperamenti netti, due personalità definite, animate da visioni talvolta diverse: istinto e razionalità, racconto e numeri, simili ma in costante confronto, soprattutto quando il legame affettivo si intreccia con le responsabilità e le inevitabili tensioni di un lavoro condiviso. Eppure, proprio là dove le differenze sembrano allontanarle, si rivela la forza del loro rapporto: un legame profondo, capace di attraversare le differenze senza perdere la propria intima solidità.

I loro confronti, oggi alleggeriti da una complice ironia, continuano a generare intuizioni, scambi e strade inedite. Perché amarsi non significa pensarla sempre allo stesso modo, ma riconoscersi anche nelle distanze, imparare ad accoglierle e ritrovarsi ogni volta in ciò che davvero conta. Tra madre e figlia non esiste una successione aziendale, ma uno spazio comune, un dialogo vivo e costante.

La storia della cantina Velenosi

La storia della cantina Velenosi inizia nel 1984 ad Ascoli Piceno, a scriverla è stata soprattutto Angela che, mossa dall'irruenza e dalla dolce incoscienza dei vent'anni, ha creduto fermamente in un’impresa decisamente ambiziosa. Vi si è dedicata in prima persona e senza riserve, dando tutta sé stessa e pagando il prezzo più alto: quello del tempo sottratto alla famiglia, dei giorni che non torneranno. 

Il destino poi ha donato una nuova fioritura: oggi quei figli sono cresciuti e li ha ritrovati accanto a lei in azienda. Marianna, nel ruolo di Responsabile Marketing Strategico, e il fratello Matteo, che custodisce la qualità e la produzione in cantina, portano avanti la realtà di famiglia con una voce nuova, alimentando il desiderio di costruire fianco a fianco, forti della certezza di avere accanto un albero dalle radici profonde.

La famiglia Velenosi
Un vitigno quasi dimenticato

I riflettori questa volta si sono accesi sul paco della Fondazione italiana Sommelier per narrare le molteplici anime di un vitigno straordinario: il Pecorino.

Un racconto liquido che si sofferma su sfumature espressive capaci di svelare, come i colori sulla tavolozza di un pittore, l'incredibile complessità di quest'uva.

Il Pecorino porta nel nome l'eco di antichi pascoli e di cammini che, per secoli, hanno attraversato le montagne dell'Appennino. La tradizione vuole che il suo nome sia legato alla transumanza: a maggio le greggi salivano verso le alture, dove l'erba era più fresca, per ridiscendere a valle in agosto, lungo quei sentieri le pecore si fermavano volentieri a cibarsi dei grappoli maturi di un'uva particolarmente profumata e saporita: un gesto semplice, ripetuto di stagione in stagione, avrebbe così lasciato il proprio segno nel nome del vitigno.

Per secoli ha abitato in silenzio le terre alte dell'Appennino marchigiano e abruzzese. Le prime testimonianze scritte della sua presenza risalgono al 1526 negli Statuti di Norcia, poi, lentamente, il suo destino cambiò.

Arrivò il Novecento, con le sue esigenze concrete e le sue priorità. Il Pecorino era un vitigno poco generoso in termini di resa, e, soprattutto nell'Italia del dopoguerra, quando la terra doveva anzitutto sfamare, una vite capace di offrire pochi grappoli divenne insostenibile, così fu estirpata, sostituita da altre più produttive e lentamente dimenticata. 

Quando Angela Velenosi iniziò il suo cammino, il Pecorino compariva nei disciplinari solo in fondo, quasi una nota a piè di pagina nella storia del vino di queste terre. 

Nessuno ne aveva ancora compreso davvero il valore.

A salvarlo fu lo sguardo ostinato di pochi.

La raccolta delle uve

Sulle montagne dell'Ascolano, verso il confine con il Lazio, a quote che sfiorano i mille metri, qualche pianta era sopravvissuta, e quel ritrovamento segnò l'inizio di un'avventura quasi da cercatori d'oro. 

Alcuni esemplari furono individuati in una frazione di Arquata del Tronto, presso le vigne di un piccolo produttore, in quello che la sua famiglia aveva sempre definito un "giardino" di montagna, rimasto isolato dal resto del mondo, e proprio per questo era diventato il custode di un tesoro che altrove si era perduto. 

Da quel piccolo giardino, il destino del Pecorino tornò ad aprirsi al futuro.

Perché quella sopravvivenza si traducesse in una rinascita, tuttavia, non bastava ritrovare le tracce del passato: occorreva uno sguardo capace di riconoscerne il valore e una visione in grado di restituirgli un posto nel panorama enologico contemporaneo.

Marche e Abruzzo, storicamente unite dalla produzione di Trebbiano, erano alla ricerca di un'identità distintiva. La necessità era stringente soprattutto per le Marche che, registrando volumi produttivi inferiori, aveva bisogno individuare un vitigno capace di far emergere il proprio profilo produttivo, di un ‘asso nella manica’: il Pecorino poteva essere quella risposta! 
Non soltanto un'uva da recuperare, ma una varietà capace di raccontare il carattere di un territorio, la sua storia e la sua unicità.

Dopo i primi esperimenti avviati negli anni Ottanta, il Pecorino conobbe una crescita straordinaria, affermandosi progressivamente sul piano agronomico, commerciale e istituzionale. Il riconoscimento della DOCG Offida, nel 2011, ne sancì la piena consacrazione, è l'unica denominazione italiana che riconosce a questo vitigno il posto più alto.

Un amore arrivato per gradi

Eppure, nel cuore di Angela, il Pecorino non trovò subito dimora. Rossista per vocazione prima ancora che per mestiere, e abruzzese di nascita, è cresciuta all'ombra di quel Montepulciano che confessa di portare nelle vene come un'eredità del sangue. Un po' per questo guardava a quel bianco, ancora lontano dal conquistarsi una propria autorevolezza, con l’attenzione scrupolosa di chi assolve un compito, senza sentirlo davvero proprio.

Il Piceno, del resto, era stato per generazioni il serbatoio enologico delle Marche rosse, e la sua cantina, con un assetto produttivo orientato per circa il settanta per cento verso le uve a bacca nera, ne era la fedele testimonianza. Il Pecorino, in quel quadro, rispondeva soprattutto a un'esigenza di mercato, e come tale veniva trattato: con scrupolo, ma senza trasporto.

Poi, lentamente, con il tempo, con l’esperienza e l’ascolto qualcosa cambiò.

La conoscenza si fece curiosità, la curiosità si trasformò in ricerca e il vitigno cominciò a concedersi, rivelando una complessità che fino ad allora era rimasta nascosta, e lo fece alla maniera dei diamanti, che ad ogni inclinazione del taglio restituiscono una luce differente: mutava con il suolo, con l'esposizione e con la quota.

Ma era soprattutto quest'ultima ad esercitare un’influenza decisiva, non una semplice variabile ambientale, bensì una chiave di lettura della sua identità, capace di incidere sull’equilibrio tra freschezza e sapidità, sulla definizione del profilo aromatico, sulla tensione e sulla finezza del sorso.

Angela imparò a decifrarlo, e nel comprenderlo se ne innamorò.

"Forse l'amore più vero", ha detto in sala, "è quello che nasce consapevole". 

Vini in degustazione

Gli assaggi hanno avuto un preludio con il Metodo Classico Grand Cuvée Gold per poi raccontare il Pecorino di Velenosi attraverso un percorso fatto di luoghi, anni e altitudini differenti, dalla sponda abruzzese di Controguerra, alle colline di Offida, il vigneto storico alle porte di Ascoli Piceno e infine il ritorno a 700 mt. dove tutto ebbe inizio. Infine, due rossi iconici, il Rosso Piceno Superiore ‘Roggio del Filare’, vino pluripremiato fortemente legato al territorio e ‘Ludi’, Offida Rosso DOCG, un blend di Montepulciano, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Gran Cuvée Metodo Classico 2014

70% chardonnay, 30% pinot nero (12,5% vol.)  Sui lieviti per minimo 10 anni
Vendemmia 2014 - Sboccatura gennaio 2026

Gran Cuvée Metodo Classico 2014

Un viaggio illuminante a Épernay, la presenza di una vigna di Pinot Nero da cui, tuttavia, non aveva preso vita un grande vino rosso, e un profondo entusiasmo: da qui nasce l'intuizione di cimentarsi nel Metodo Classico. Una vera e propria scommessa che, dopo i primi timidi tentativi e grazie al prezioso contributo del celebre enologo franciacortino Cesare Ferrari, ha finalmente visto la luce, consacrandosi in un autentico successo.

La pregevole etichetta è un omaggio al tombolo di Offida, una secolare lavorazione del merletto che si esegue con sublime maestria, intrecciando i fili tramite piccoli fusi di legno (fuselli) su un cuscino cilindrico. Rappresenta il simbolo di una identità culturale sintesi perfetta di pazienza ed eccellenza artigianale.

Oro leggero e vibrante che sfida il tempo con aristocratica lucentezza mosso da un perlage di straordinaria finezza, con bollicine minutissime, fitte e incessanti. L’esordio è scandito da una sfilata agrumata di cedro, lime e scorza di bergamotto, avvolta da sfumature di mela cotogna e spunti balsamici di erbe officinali. Con l'ossigenazione emerge l'anima profonda e matura del lungo affinamento: una fragrante nota di crosta di pane si fonde a richiami minerali di roccia, adagiandosi su un finale avvolgente di nocciola tostata e caldi accenni di torroncino.

Al sorso è pura compostezza, in cui freschezza e profonda salinità agiscono da solidi architravi strutturali. L’ingresso, cremoso e avvolgente, svela una vena speziata inaspettata e sensuale. Conserva al palato una giovinezza scattante per distendersi in un finale persistente, impreziosito da calde e calibrate sensazioni di miele d’acacia.

Prope 2025

Colli Aprutini IGT Pecorino
Pecorino 100%, (13,0% vol.) - 250-300 metri s.l.m.

Prope 2025

Il cuore del progetto Prope è un omaggio alle radici abruzzesi della famiglia, nato nel 2016 con l'acquisizione di una tenuta di 16 ettari a Controguerra, a soli 30 minuti dalla storica cantina di Ascoli Piceno, separata solo dal confine naturale del fiume Tronto: da qui il nome Prope (dal latino "vicino"). 
La scelta stilistica chiave per questa linea è l'utilizzo del cemento in vinificazione capace di preservare la purezza varietale e l'impronta territoriale del vitigno.

L'etichetta è un omaggio a Osvaldo Licini, artista marchigiano vissuto nel periodo di Picasso, la cui arte si colloca geograficamente proprio sul confine tra Teramo e Ascoli. Il design riprende uno dei concetti più celebri e intimi: gli "Angeli Ribelli". Creature celesti, tese verso il cielo, che si scoprono però attratte dalla terra, dai suoi vizi e dai suoi peccati.

Colore paglierino splendente ed intenso, dai riflessi giovanili, verdi e luminosi.
Si schiude con un’impronta immediata e fiera, governata da un’accesa mineralità di selce e pietra bagnata, sfumando su toni di narciso e ginestra, un tocco di mela golden e pesca gialla, soffi vegetali di maggiorana ed erbe selvatiche di campo.
Il sorso è snello e pungente, rivela una trama vibrante e tesa. La chiusura, pulita e scattante si congeda con un tocco di mandorla.

Offida DOCG Villa Angela 2025

Pecorino 100% (13,0% vol.) – 200-300 metri s.l.m.
Da vigneti selezionati nelle aree di Asci Piceno e Offida

Offida DOCG Villa Angela 2025

Villa Angela rappresenta una delle massime espressioni storiche e identitarie della cantina nel territorio natio delle Marche. 
La vinificazione avviene in acciaio inox termocondizionato. La fermentazione viene avviata inizialmente attraverso lo sviluppo di lieviti indigeni per poi essere completato e stabilizzato con lieviti selezionati.
L’etichetta di particolare pregio è un vero e proprio elemento di design dallo sfondo texturizzato con trame dorate e geometriche che ricordano le colline e le onde del mare.

Paglierino  intenso con lampi dorati.
Rievoca inizialmente un affascinante spartito tiolico, dove una sinfonia esotica di ananas e passion fruit si intreccia a tratti marcatamente vegetali e alla grazia poetica della rosa damascena, sfumando nella polpa succosa di nespola e pesca bianca sferzata da una nota agrumata di pompelmo rosa.
In bocca si rivela con morbide curve sinuose, ha un'ottima dotazione "materica" ed estrattiva, offre un buon equilibrio da cui emerge una intrigante dote fresco-sapida.

Mini verticale Rêve

Pecorino 100% (13,0% vol.) – 200 metri s.l.m.

Offida DOCG Rêve 2014

Il Rêve (‘sogno’ in francese) era nato nel 1991 da uve Chardonnay. Nel 2009 Angela decise di trasformarlo utilizzando il Pecorino: un salto nel buio, in un'epoca in cui nessuno sapeva ancora quanto questo vitigno potesse esprimere in longevità. Qualcuno dei clienti più fedeli non glielo perdonò ma lei aveva intuito ciò che le verticali avrebbero poi dimostrato nel bicchiere: il Pecorino è longevo, si evolve, regge e interpreta il tempo come i grandi bianchi. 

Figlio di una singola vigna situata a Poggio di Bretta, frazione collinare del comune di Ascoli Piceno. La resa rigorosa permette di estrarre una materia profonda che andrà a dialogare in perfetta armonia con il legno delle barrique durante la fermentazione.

Il processo si avvia in vasche d'acciaio; successivamente, la metà del mosto-vino viene trasferito in barrique nuove di rovere francese, mentre il restante metà completa la fermentazione in acciaio. Dopo un anno di affinamento separato, le due masse vengono finalmente riunite.

Offida DOCG Rêve 2014

Annata particolarmente fredda e caratterizzata da abbondanti piogge

Oro antico che svela un'intrigante trama olfattiva in cui delicate sfumature di fiori di camomilla e la dolcezza avvolgente della cotognata si intrecciano al sussurro speziato del pepe bianco e alla grazia dei fiori secchi. Un soffio pungente di propoli anticipa un profondo fondo balsamico. Note calde di frutta a guscio, pasta frolla e nobili sentori di tè chiudono infine la presentazione.
Al palato è vivo e si concede sontuoso, avvolgendo i sensi in un sorso pieno e lunghissimo, di rara sensualità.

Offida DOCG Rêve 2024

L'andamento stagionale è stato dominato da un'estate torrida e da una prolungata assenza di piogge nel picco estivo.

Dorato tenue. 
Apre con una nitida traccia fumé che si intreccia ad una polpa densa di pesca e papaya. Un quadro aromatico che trova ulteriore respiro tra richiami di macchia mediterranea, refoli resinosi e un richiamo di mandorla bianca. Il sorso gioca tra contrasto ed energia, entra succoso per poi allungarsi in una traiettoria verticale, tesa e tagliente, sorretta da pregiata sapidità.

Falerio Pecorino Montagna 2025

100% pecorino (15,0% vol. ) – 700 metri s.l.m.

Falerio Pecorino Montagna 2025

Con questo vino la cantina ha deciso di spingersi letteralmente "in quota", individuando e acquisendo appezzamenti ad Arquata del Tronto e Acquasanta Terme, nell'entroterra a ridosso dell'Appennino, restituendo al vitigno la purezza della sua forma più antica.
Una zona martoriata dal terremoto che, in questo modo, si spera, come il suo vitigno, possa scrivere una storia di resistenza e rinascita.
 

Fermentazione a temperatura controllata in vasche d’acciaio e sei mesi di affinamento. 

Paglierino lucente e vivido, rivela un profilo di glaciale purezza cromatica.
L’impatto è sferzante, dominato da un'immediata spinta minerale e gessosa che rievoca refoli di pietra focaia. Lentamente emergono note affilate di edelweiss, verbena e muschio bianco, distese su un sottofondo agrumato impreziosito da incursioni di carambola, menta e lavanda. In bocca si sprigiona un moto di pura energia ed equilibrio, in cui gli elementi si fondono in un’unica materia. Il sorso rivela un’anima sfaccettata: sa essere al contempo una suadente coccola e uno schiocco croccante; sferzante come uno scatto eppure lenitivo come un balsamo. Si congeda, infine, lasciando una sensazione di assoluta pulizia e algida finezza.

Rosso Piceno DOC Superiore Roggio del Filare 2022 (Anteprima)

Montepulciano 70%, Sangiovese 30% (14,5% vol.)

Rosso Piceno DOC Superiore Roggio del Filare 2022

Roggio del Filare nasce nel 1993, come Marianna che lo chiama affettuosamente ‘mio fratello gemello, quello bravo’, da una vecchia vigna di 6 ettari ad Offida (AP), acquistata proprio con l’obiettivo di produrre un grande rosso. 
Un vino che grazie ai riconoscimenti ottenuti è al 9° posto nella top 100 dei vini rossi italiani secondo una classifica che unifica, incrocia e somma i punteggi ricevuti all'interno delle edizioni annuali delle più autorevoli guide enologiche italiane.
‘Roggio’ da una poesia tanto amata di Giovanni Pascoli, dove indica il bagliore rosso-ruggine delle foglie di vite colpite dal sole autunnale, un'immagine poetica e malinconica.
 

Vinificazione in acciaio, maturazione in barrique nuove per diciotto mesi e un anno di affinamento in bottiglia.

Tinge il calice di un manto impenetrabile e imperscrutabile, acceso da fieri riflessi purpurei. 
Avvolge con ammalianti e carnosi profumi di ciliegia e amarena, intrecciati a nobili timbri speziati. Superati i primi minuti di questo intrigante gioco delle parti, l'effluvio si schiude lasciando emergere l'animo profondo del sottobosco e delicate sfumature di robois mentre un sussurro di bastoncino di liquirizia si fonde a tocchi floreali di geranio e violetta, prima di adagiarsi su caldi ricordi di tabacco e cacao. Il sorso rivela una consistenza vellutata in perfetto dialogo con una trama tannica fitta e una freschezza schietta che domina il palcoscenico. Si congeda regale, distendendosi in un finale profondo, orchestrato su una persistenza mentolata.

Offida DOCG Ludi 2021

85% montepulciano, 8% cabernet sauvignon, 7% merlot (14% vol.)

Offida DOCG Ludi 2021

Ludi nasce dall’audacia. L'obiettivo è giocare e dimostrare che il Piceno possiede il carisma necessario per competere con i grandi benchmark internazionali attraverso un blend, un "SuperPiceno". In esso prende forma un'architettura liquida millimetrica, dove la possente struttura del Montepulciano stringe un patto d’eleganza con i vitigni internazionali Cabernet Sauvignon e Merlot ( inizialmente era presente anche Syrah).

L'etichetta diventa un manifesto concettuale ispirato a ‘La Danza’ di Matisse,  dove i danzatori sono quattro come inizialmente lo erano i vitigni, in un invito ad avere coraggio di lasciarsi andare e assaggiare un vino fuori dagli schemi.
 

Da una singola vigna Castel di Lama (AP). Vinificazione in acciaio. Maturazione in barrique nuove per due anni e un anno di affinamento in bottiglia.

Manto rosso tintorio e profondo. Apre con erbe officinali, in cui si riconoscono nitidi mirto, alloro e ginepro, un'intensa scia balsamica che si fa strada avvolgendo nobili note di corteccia, bosso e resina boschiva. Il quadro evolve verso un intrigante mosaico tra ribes, more e bacche selvatiche, che progressivamente si scalda accogliendo sfumature di cioccolato, grafite e spezie, anche piccanti. Al palato si dimostra aristocratico e al contempo di straordinaria affabilità, il tannino è nobile e levigato, inserito in una progressione travolgente e così coinvolgente da invitare continuamente al sorso, tanto che ci si ritrova a dialogare piacevolmente dimenticandosi del tempo, finché la bottiglia non è già finita.


La sequenza dei calici, tutt’altro che casuale, ha restituito il disegno di una visione, rivelando come ogni scelta possa concorrere a definire un’identità più ampia.

Perché il vino, quando è autentica espressione di una storia, non racconta soltanto un luogo, racconta le persone che lo hanno immaginato, le emozioni che ne hanno accompagnato il cammino, i sacrifici silenziosi, il coraggio delle scelte, la tenacia e la sensibilità necessarie a trasformare un’intuizione in qualcosa di duraturo.

Forse l'amore è davvero la forza che muove il mondo, e quando incontra la terra, il tempo e una volontà capace di unire le generazioni, accade qualcosa che va oltre il vino: una storia privata diventa patrimonio, un'intuizione si fa identità, una passione lascia un segno destinato a durare.

In fondo, il valore più profondo non risiede nel lasciare un’impronta di sé, ma nel dare vita a qualcosa capace di attraversare il tempo, rinnovarsi e continuare a parlare anche a chi verrà dopo di noi. È in questa capacità di trasformare il sentimento in visione, e la visione in eredità concreta, che risiede la più autentica grandezza di una storia come quella dei Velenosi. 

Degustazione in sala Belle Arti
Velenosi Vini, seminario Fondazione Italiana Sommelier

Velenosi
Via dei Biancospini, 11 - 63100 Ascoli Piceno
Tel. 0736 341218
www.velenosivini.com
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