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Donne e vino nell’antichità

Un rapporto storicamente controverso.

Stefania Roncati
A partire dalla sua “scoperta” avvenuta, con tutta probabilità, in maniera casuale durante il periodo neolitico nella zona del Caucaso meridionale, il vino ha sempre rivestito, in tutte le società in cui a mano a mano si è diffuso, un ruolo di primaria importanza su molti piani, da quello della cena, a quello religioso, e persino su quello medico.
Ma questa centralità però valeva solo per i consociati maschi. Il rapporto vino-donna in quelle stesse società fu particolarmente controverso e basato su una serie di divieti di farne consumo, che potevano comportare estreme conseguenze giuridiche per la trasgredente.
Donne e vino nell’antichitàA partire già dall’epoca micenea e poi di certo verso il XV secolo a.C. il vino era uno degli alimenti base – assieme a grano e olio – propri dei popoli dell’antica Grecia. Ma sarà solo nell’VIII secolo che farà la sua prima comparsa il termine symposion, da syn+pinein, bere insieme, una sorta di rito collettivo in cui il protagonista assoluto è il vino. Proprio per un’equivalenza implicita tra il simposio e il vino, l’assenza delle donne ‘oneste’ dal simposio – al quale invece partecipavano le etére, che suonavano l’aulòs e danzavano – è stata interpretata come un’interdizione del vino per le donne greche.

Senofonte ricorda che le giovani donne destinate ad avere figli e che sono considerate ben educate, o sono totalmente escluse dal vino, o si lascia loro consumare vino mescolato ad acqua. Eraclide puntualizza come nei tempi antichi i ragazzi e le ragazze bevevano acqua fino al loro matrimonio. Eliano guarda al risvolto giuridico della questione, dando notizia di una “legge che non permetteva al vino di essere dato a tutti e a tutte le età”, in particolare vietava alle donne il consumo del vino, consentendo loro, a qualsiasi età, di bere solamente acqua.

Anche se la nobiltà nel bere vino è uno dei canoni principali del mos maiorum greco e la moderazione fa sì che il simposio diventi un ponte di armonia tra il mondo umano e quello divino, in realtà non mancano testimonianze dall’iconografia e dalla commedia greca di eccessi nel bere e nel comportamento tenuto proprio da parte di donne. Ad esempio, leggendo il finale delle commedie di Aristofane, ci si imbatte spesso in sontuosi banchetti accompagnati da notevoli bevute alle quali partecipano attivamente donne: ad esempio, nelle Donne all’assemblea le Ateniesi festeggiano l’inizio del loro governo in Atene con vini di Taso e di Chio, allora considerati della migliore qualità, o ancora nella Lisistrata tutte le donne si dimostrano inclini al bere.

Ed ancora: esaminando attentamente tutte le testimonianze su questo complesso rapporto, non si devono dimenticare le scene di banchetti di donne riprodotti su vasi, che attestano una pratica femminile di consumo del vino, così come la loro partecipazione al suo processo produttivo. Platone, dal canto suo, si mostrava inorridito del fatto che perfino le donne avessero questa brutta abitudine.

In mezzo a queste testimonianze contrastanti è di tutta probabilità che lo sviluppo della pratica simposiaca abbia costituito un tentativo forte da parte degli uomini di ‘accaparrarsi il vino’ e al contempo uno strumento di controllo della donna.
Donne e vino nell’antichità
Donne e vino nell’antichità
Donne e vino nell’antichitàAnche il quadro dell’antica Roma appare a tinte fosche per le donne quanto al consumo di vino, come riferisce Plinio nella sua Storia naturale. Già Romolo, mitico fondatore della città di Roma, nell’VIII secolo a.C. si preoccupò di stabilire in quali casi il marito poteva uccidere impunemente la moglie, individuandoli nell’adulterio e nel fatto proprio di aver bevuto vino. Se le ragioni per le quali i rapporti sessuali illeciti erano puniti con la morte sono comprensibili nell’ottica del tempo – ossia quella di garantire un’ordinata riproduzione dei cittadini –, non altrettanto si può dire per la decisione di punire con la morte un comportamento a prima vista innocente come quello di bere vino. Secondo alcuni storici i Romani credevano che il vino avesse capacità abortive. Secondo altri, dal momento che il vino conteneva un principio di vita, la donna che lo beveva avrebbe ricevuto in sé un principio di vita diverso da quello del marito e quindi avrebbe commesso adulterio. Secondo altri ancora i Romani pensavano che il vino avrebbe donato la capacità di prevedere il futuro, mentre invece le donne non dovevano fare vaticini, né, più in generale, parlare oltre misura. Ma forse la spiegazione più convincente risiede nel fatto che, bevendo, le donne potevano perdere il controllo, commettere adulterio, comportarsi in maniera disdicevole, oltre avere conseguenze negative sulla loro salute: infatti, secondo quanto affermerà secoli più tardi Valerio Massimo, “la donna avida di vino chiude la porta alla virtù e la apre ai vizi” (Val. Max. 6.3.9).

L’episodio più significativo e riportato da moltissime fonti con poche varianti è quello di un tale Egnazio Metennio, cavaliere, che, avendo visto la moglie bere vino, la uccise a bastonate: Romolo lo prosciolse dall’accusa di omicidio e tale decisione non suscitò biasimo nella comunità perché tutti giudicarono che ella avesse pagato il castigo della violazione della sobrietà nella misura più esemplare.

Ma non solo il consumo del vino era punito: dagli Annali di Fabio Pittore (fine del III sec. a.C.) si apprende che una donna, che aveva tentato di impossessarsi delle chiavi della cantina dove era conservato il vino, era stata condannata dai familiari a morire d’inedia. Qui ad essere oggetto di punizione è la semplice possibilità di accedere ai locali destinati al vino!

Ma come veniva accertata la condizione della donna? Un antico costume prevedeva, per i parenti più stretti della donna, il cosiddetto ius osculi, ossia il ‘diritto di bacio’. Osculum era appunto il bacio che i parenti maschi (padre, marito, in qualche caso anche fratello) davano sulla bocca alle matrone quando le incontravano. Un gesto che potrebbe sembrare affettuoso, ma che in realtà consentiva agli uomini della famiglia di controllare l’alito delle donne, in modo da accertarsi che non avessero bevuto vino. Ma le donne, dimostrando la loro astuzia, presero le opportune contromisure: infatti, dopo aver bevuto a loro piacere, masticavano foglie di alloro per mascherare in tal modo l’odore del vino e non essere scoperte!

Vi erano però giorni in cui eccezionalmente le donne potevano far uso di vino per motivi religiosi: si trattava dei giorni in cui si celebrava il culto di Bona Dea. Ma anche in questi casi si cercava di salvare la forma: il vino veniva chiamato ‘latte’ e il ‘vaso da vino’ andava sotto il nome di ‘vaso da miele’. Anche Gellio invero riferisce che le donne usavano bere vinello (lorea), vino passito (passum), vino alla mirra (murrina) e altre simili bevande dal gusto dolce.

Viene così da pensare che il divieto di bere vino per le donne avesse ad oggetto solo il vino comune, quello che era chiamato temetum, prodotto il più naturalmente possibile, ove agiva pressoché intatto l’elemento naturale contenuto in esso, a differenza del vino cosiddetto ‘sporco’ posto sotto il controllo dell’uomo e quindi non pericoloso per le donne. Ma ancora in età imperiale emerge il disfavore verso la ‘liaison dangereuse’ donna-vino: così Augusto, mandando in esilio la figlia Giulia, colpevole di adulterio, le vietò l’usum vini, mentre ancora quattro secoli più tardi il Padre della Chiesa Girolamo, deplorando il consumo di vino da parte delle adolescenti, in quanto potenzialmente mortale come un veleno, sosteneva che l’unico suo uso legittimo fosse quello a scopo medico.

Il rapporto tra donne e vino conobbe dunque luci ed ombre nell’antichità: di certo per una donna non erano appropriate le parole che Petronio (Satyricon 34.7) faceva dire a Trimalcione: “vita vinum est”, il vino è vita!
 
 
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