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Vino ai giovani

Poco spazio viene dato al vino nella comunicazione di massa. La sottile intuizione di un giovane sommelier, in attesa di essere copiati.

Daniele Liurni
FotografiaIl mondo del vino ha bisogno di giovani, non tanto e non soltanto anagraficamente parlando quanto a livello mentale: c'è bisogno di freschezza di idee, di nuovi approcci, di visioni innovative e di un linguaggio che avvicini ancora altri giovani.
Il mito del giovanilismo lo abbiamo sentito sbandierato ai quattro venti con termini arroganti, nel tentativo di creare uno scontro generazionale che non ha portato e non porterebbe da nessuna parte, in ambiti ben più delicati e decisivi per il Paese, quindi non si fraintenda il messaggio: nessuna rottamazione, nessun vento di cambiamento, bensì un aggiornamento si rivela oggi fondamentale per il nostro settore.
Noi come Fondazione Italiana Sommelier abbiamo creduto, in maniera pionieristica, a questa necessità creando la prima Guida online ai vini d'Italia, un'opportunità che ci consente di raggiungere quante più persone possibili con semplicità e immediatezza, fornendo loro un consiglio sicuro e un parere autorevole sulle migliori realtà enologiche del Paese.
Ma non basta ancora.
Lunga è la strada per far sì che il vino sia la nuova “food industry”, cioè che riscuota lo stesso successo mediatico del cibo; un successo legato soprattutto al grande contributo delle giovani menti, di coloro che sanno interpretare le richieste di un pubblico under 30 e sanno convogliarle in un messaggio diretto e comprensibile, attraverso gli strumenti comunicativi della nuova generazione.
Il mondo del vino in Italia è ancora legato ad un'idea elitaria, chiusa, patinata e a dir poco professorale, che allontana i ragazzi dal calice e li avvicina alla più spartana bottiglia da 33cl di birra chiara da due soldi. E si badi bene: i più giovani sanno distinguere la qualità dei prodotti, la ricercano, sia per la naturale evoluzione del gusto, sia per il valore sociale che viene attribuito oggi alla capacità di saper scegliere il meglio, perciò non si pensi ad un disinteresse di fondo. Si pensi piuttosto al continuo proliferare di foodblogger, di influencer e di youtuber che parlano costantemente di cibo e alle trasmissioni tv dedicate persino ad un pubblico di bambini, tutte realtà che hanno creato intorno all'arte di mangiar bene, come la definiva Artusi, un interesse quasi ai limiti della morbosità e dell'eccesso. Per il vino non è così: ho visto trasmissioni televisive dedicate ai cocktail, o meglio alla mixology come si dice ora, ma nessuna sul vino. Eppure sempre di alcolici si sta parlando, in tal caso non è valida la polemica sulla tutela dei minori?
La verità, duole constatarlo, è che l'argomento vino al momento è poco interessante. Per far aumentare il suo appeal è necessario renderlo fruibile per i più giovani, i quali a loro volta faranno da cassa di risonanza portando famiglie ed amici ad appassionarsi a questo mondo.
Oggi la comunicazione del vino non ha contatto con la gioventù, semplicemente perché pochi sono i giovani che fanno comunicazione e perché, anche in tal caso, gli strumenti usati sono sempre i medesimi, con le stesse tecniche e le stesse idee, poco attrattive per un pubblico così incostante e veloce nel cambiare interesse.
Anche le manifestazioni e i vari eventi sul tema non riescono a suscitare sufficiente trasporto nei ragazzi perché non c'è nessuno in cui essi possano identificarsi che parli loro del vino con un linguaggio fresco e coinvolgente. Mancano insomma gli Zuckerberg e i Jobs del vino, gli chef Rubio e i Cannavacciuolo ormai onnipresenti anche negli spot pubblicitari di altri settori (vedi Alitalia). Eppure non c'è carenza di personaggi interessanti e comunicativi, tuttavia non si è stati ancora in grado di creare un modo per renderli attraenti.
E così mentre fra noi addetti del settore si continua a discutere di potature, di innesti, di cloni, di cambiamenti climatici, di maturità fenoliche e di grana dei legni di questa o quella foresta, i ragazzi continuano a scegliere il gin tonic o la Peroni da 66cl per passare la serata, e nelle enoteche e nei wine-bar, che pure spuntano come funghi, c'è sempre una grande percentuale di over 30 che vedono il vino come un modo trendy per distinguersi dalla massa, più che come un reale interesse personale, e nessun giovanissimo. A lungo andare ciò non sarà d'aiuto: arriverà qualcosa di più “modaiolo” e la bolla scoppierà.
Forse è dura da accettare come quadro della situazione, ma se come me non avete ancora trent'anni ve ne sarete sicuramente accorti.
C'è poi da considerare l'idea, tutta italiana, che l'esperienza e le capacità facciano coppia con l'età anagrafica e che quindi in molti settori i giovani non possano essere credibili interlocutori e portatori di idee utili perché “ne hanno ancora di strada da fare” e così succede che, dopo vent'anni di strada fatta, giovani non si è più e quelle idee, giocoforza, svaniscono. Un circolo vizioso che non consente di evolversi, che ci fa rimanere ancorati ad una sola visione e che non ci dà la possibilità di coinvolgere le nuove generazioni, che sono poi il futuro di questo mondo. Il rischio è che si faccia la fine dei teatri, sempre meno popolati da giovani e sempre più in crisi perché incapaci di creare un contatto con quel pubblico che è linfa vitale.
Sarebbe invece utile approfittare di quelle anime vulcaniche ed entusiaste, che pur ci sono, come ponte di collegamento con una categoria di consumatori che finora non si è riusciti ad intercettare. Pensiamo solo a quante opportunità si creerebbero se i giovanissimi che oggi si avvicinano al mondo delle birre artigianali, che riesce ad esercitare mille volte più fascino e senza particolari sforzi, si appassionassero di vino.
Ci si può riuscire, ma bisogna raccogliere una sfida, crederci e pensare che solo una sinergia fra vecchie e nuove generazioni di comunicatori del vino può dare al nostro mondo una spinta verso un futuro meno chiuso e oscuro.
 
 
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