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A tavola con Lino Banfi

Dalla tavola della sua infanzia alle tavole di tutti gli italiani, uno degli attori di casa nostra più amati di sempre ci parla dei suo progetti per chi ama il buon cibo a “chilometro certo”.

Ester Maragò
Dalla tavola della sua infanzia alle tavole di tutti gli italiani, uno degli attori di casa nostra più amati di sempre ci parla dei suo progetti per chi ama il buon cibo a “chilometro certo”.
Obiettivo: diffondere la cultura del mangiare buono e sano e portare i prodotti pugliesi tipici e genuini ovunque nel mondo.
Bontà BanfiLe premesse c’erano tutte. Come poteva non gettarsi nella mischia e lanciare un progetto dove il “mangiare bene per stare bene” la fa da padrone, uno degli attori più rappresentativi della commedia all’italiana, e non solo? Con pellicole come “Spaghetti a mezzanotte”, “Cornetti alla crema”, “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio”, la battuta di Oronzo Canà “… c’ha tutto quello che vuole il Barone Nils Liedholm: Il vigneto, l’oliveto, i vini Doc, i vini Dic e pure i soldi”, fino al docufilm “Focaccia Blues”, che racconta la vittoria della focaccia pugliese su un celebre fast food, il suo percorso artistico è un continuo osanna al cibo e al vino. Non sorprende quindi che Lino Banfi abbia voluto creare il marchio “Bontà Banfi” di prodotti pugliesi Dop, come burrate, orecchiette, olio, pomodori e altro ancora. Un progetto ufficializzato nel 2016, in occasione dei suoi 80 anni, e che presto sbarcherà nella grande distribuzione. Ma Lino nel frattempo non si fa mancare l’apertura di un “non ristorante” a Roma. O meglio un “risto take-away” pugliese, oppure, come preferisce dire lui, un “porta a chèsa”.
I trulli, tanto cari a Lino Banfi
Lino, oltre che un grande attore ora sei anche un enogastronomo?
Non esagerièmo. Sono semplicemente un amante del buon cibo e del bere bene. E non l’ho mai nascosto. Una passione che nasce da mio padre, mediatore agricolo che aveva sempre a che fare con i prodotti della nostra terra. È stato lui a insegnarci perché in Puglia si mangiano i latticini con i frutti di mare. Metteva una cozza nel latte e ci faceva vedere come in pochissimo tempo la cozza si consumasse, insomma si digeriva meglio.
Allora il vero gourmet era tuo padre. Si occupava anche di vino?
Effettivamente sì, soprattutto del Nero di Troia. Ma ai suoi tempi era solo un vino da taglio, di quelli che tingono il bicchiere, venduto nelle regioni del Centro Nord. Non come adesso che è diventato uno dei vini d’eccellenza del territorio pugliese. Comunque, anche io alla mia tenera età mi sono messo a studiare e ho scoperto prodotti che non conoscevo. Come per esempio le cipolle di Margherita di Savoia, particolarmente saporite perché vengono coltivate vicino alle saline. E così quando le cucini non devi aggiungere il sale. Sembra una str… upidèta, ma è importante.
Insomma un progetto con radici lontane. Ma perché arriva solo ora?
Perché la memoria è corta!  Chi si ricorda più di Renato Rascel o del grandissimo Mastroianni o di tanti altri grandi attori del passato… E allora mi sono detto “porca puttèna” come faccio trovare il sistema per farmi ricordare tutta la vita e diventare immortèle? Scherzo…
La verità è che sono preoccupato per le nuove generazioni, prima di tutto per i miei nipoti ma poi per tutti i giovani in generèle, perché Nonno Libero è un po’ il Nonno d’Italia. Troppe volte ho visto e letto cose molto poco rassicuranti sui cibi, sulla provenienza, sulla contraffazione, sulla mancanza di controlli e ovviamente sull’impatto che questo può avere sulla salute di ognuno di noi. Bisognerebbe sempre, o almeno il più possibile, conoscere quello che si mangia.
Quindi, a proposito di memoria, mi sono ricordato delle mie radici e di mio padre che sapeva sempre da dove venivano i cibi che ci mettevano nel piatto e ce lo raccontava con passione. Una sorta di tracciabilità ante litteram.
Così mi sono tuffato nel progetto “Bontà Banfi”. Ho voluto creare un marchio che fosse una garanzia di qualità e anche di provenienza delle materie prime. Come dire, se non proprio un “chilometro zero”, almeno un “chilometro vero”, un “chilometro certo”. Voglio diffondere la cultura del mangiare buono e sano e portare i prodotti pugliesi tipici, buoni e genuini, ovunque nel mondo. Con il mio faccione impresso. O meglio con il mio faccino delicato e il collo alla Modiglièni. Insomma, io ci metto la faccia e la Buona Puglia fa il resto.
E del vino che mi dici?
Ci sto lavorando. Credo che il vino meriti un’attenzione particolare. È un discorso molto serio e non si può sbagliare. Naturalmente vorrei privilegiare vitigni autoctoni, come il Bombino bianco e il Verdeca tra i bianchi, il Primitivo, il Negroamaro e ovviamente il Nero di Troia tra i rossi. Ma sto scoprendo anche vini spumanti che mi stanno entusiasmando.
Lino, una curiosità, quando non bevi pugliese quali sono i vini che ami particolarmente?
Non sono un modaiolo e non mi piacciono i vini eccessivamente profumati. Amo i vini secchi. Ma voglio fare outing: a volte mi invento dei blend fai da te facendo inorridire i sommelier. Spero di essere perdonèto dagli amici della Fondazione Italiana Sommelier.
Torniamo al tuo progetto. So che stai per aprire con tua figlia Rosanna, un ristorante a Roma, nel quartiere Prati…
Non proprio un ristorante. Di più. Uno street-food-take-away, o come dico io un “porta a chèsa”. Nel senso che tu ordini le pietanze, te le mangi lì o dove vuoi.
Cosa proporrete?
Ufficialmente è un’orecchietteria, per cui si mangerà pasta fresca che arriva direttamente da Barletta e preparata secondo le ricette pugliesi. Ma ci saranno anche, burrate, focacce, panzerotti. E la puccia, il pane salentino, ad esempio, con polpette di fave e cicoria. L’olio sarà rigorosamente pugliese. Abbiamo selezionato due cultivar: la Coratina per gli amanti dei sapori forti e un blend di Coratina e Peranzana per i palati più delicati. Naturalmente non mancherà il capocollo, che arriverà direttamente da Martina Franca.
… quello che vuoi sempre spezzare?
Esatto, quello che “ti spezzo la noce del capocollo e te la metto a tracolla”. Anzi, a proposito di autocitazioni voglio confidarti un segreto. Ci sarà un dolce che si chiamerà “Pere che il pompelmo faccia mele” che era una mia battuta nel film “Il brigadiere Pasquale Zagaria”. Che poi è il mio vero nome.
Insomma, con tutti questi progetti non hai proprio intenzione di andare in pensione?
Non ci penso proprio. Mi voglio godere fino in fondo questa bella avventura eno-gastro-pugliese-banfiota.
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