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Falso come...

Tito Marotta
Dal n.174 di
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Spesso sentiamo associare alla storia della Champagne e dei suoi vini, favole e storielle con brutti anatroccoli che diventano cigni meravigliosi. Oggi è del lupo cattivo che parliamo, dei malefici o dei misfatti presenti in ogni fiaba che si rispetti per esorcizzare il male e far apprezzare e valorizzare il bene.

È storia di questi giorni il sequestro di “buone” bottiglie di vino bianco frizzante abbigliate con gli emblemi di un’arcinota maison della Champagne. Il furbacchione di turno, che ci aveva visto lungo, ma senza inventarsi nulla di nuovo, avrebbe ricavato cospicui guadagni senza danneggiare la salute di alcuno. Così, come tutte le fiabe a lieto fine, non solo il bene ha trionfato sul male ma le bottiglie in questione, opportunamente spogliate, sono andate ad arricchire le mense di enti caritatevoli del luogo.

Ora, mi piacerebbe leggere in chiave positiva questa notizia, giuro che alla fine cercherò di farlo, solo che leggendo tra le righe, ci accorgiamo che è pratica diffusa frodare sul vino di qualità, quantomeno su quello costoso. Non è un caso che il CIVC, Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne, investa più di due milioni di euro l’anno per tutelare il nome “Champagne" nel mondo. In qualche occasione, da parte loro,  abbiamo assistito a casi limite con eccessi di “tutela” che hanno obbligato al cambio del nome di una famosa e storica marca di saponi o alla sostituzione del colore dell’etichetta della bottiglia di uno spumante ancestrale prodotta da un piccolissimo produttore campano.
Casi limite che ci hanno fatto sorridere, ma anche prendere atto dell’ottima attività protettiva che il Comitato attua sul territorio, ad esempio con corsi che lo stesso tiene presso tutte le forze di polizia europee del comparto agroalimentare.

Senza allargare la nostra riflessione a quanto poco facciamo in terra nostra, cerchiamo di sintetizzare di seguito gli elementi fondamentali per capire se una bottiglia di champagne è autentica, dando per scontato che siamo già in grado di capire se è buona.

In primo luogo, a parte la gabbietta, tutti i componenti che costituiscono la bottiglia devono presentare la nomenclatura “CHAMPAGNE” e per i millesimati anche l’anno deve essere impresso sul tappo; l’introflessione del fondo della bottiglia, che speriamo non venga mai usata per infilarci le dita durante maldestre e poco eleganti pratiche di servizio, sia sempre presente, ad eccezione di tre arcinote cuvée (quante ne conosco io) che sono tollerate con un formato fuori norma. Sempre sul fondo della stessa, deve essere presente la sigla delle quattro fabbriche di vetro ammesse: Rovira, BSN, Saverglass, Saint Gobain. Poi le pieghe della capsula d’alluminio che devono essere quattro, ed anche qui con un’arcinota eccezione (pure scomoda da aprire, dico io). Infine, un’equilibrata quanto di buonsenso proporzionata misura dei caratteri, oltre alla presenza di codici specifici è garanzia di autenticità.

La nota positiva in tutto questo, comunque, è soltanto un ulteriore stimolo ad accrescere la nostra consapevolezza e conoscenza del vero che, rispetto al falso, può regalarci quelle emozioni che il vino di qualità sa donarci.

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