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C’era una volta...

Re Groppello regnava su una terra rigogliosa e felice. I suoi sudditi lo adoravano per il bell'aspetto e per la bontà.

Mariaclara Menenti
C’era una volta... Il Groppello di RevòC’era una volta — Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta una rigogliosa vite... Parafrasando l’incipit della celebre fiaba di Collodi, raccontiamo l’origine di questo antico vitigno, legata a una storia popolare, bella e dal finale triste e struggente, metafora dell’eterna “lotta” fra la coltivazione delle mele e quella della vite. 
Groppello regnava su una terra rigogliosa e felice. I suoi sudditi lo adoravano, non solo per il suo gradevole aspetto ma anche per la sua innata generosità e bontà. Unica persona a invidiarlo era il cugino Applinio, dal cuore malvagio. Un giorno Applinio venne in aiuto di una stupenda fanciulla di nome Giustina, dai capelli come fili d’oro, con gli occhi più azzurri del cielo e  la bocca rosea come quella di un bocciolo. Subito se ne innamorò e la condusse al Castello. Ma qui, appena  gli occhi di Groppello, il principe dal cuore puro, incontrarono quelli della fanciulla, fu subito amore. Applinio, roso dalla rabbia, a conoscenza delle pratiche più pericolose della stregoneria, gettò un incantesimo sui due innamorati. Subito dopo il rito nuziale, i due giovani caddero in un sonno profondo, per poi sparire nel nulla. Le ricerche durarono ore, finché non si scoprì che, durante la notte,  una parte della vallata era stata ricoperta dalle acque e sulle rive di questo lago era cresciuta una singola vite, fino ad allora sconosciuta.  Con il passare del tempo da quella vite nacquero rigogliose piante e di li a poco un grande vigneto. Solo Applinio conosceva la verità: in quella lontana notte aveva trasformato la fanciulla in un lago e Groppello in una pianta di vite, condannandoli a non potersi incontrare mai. 
Il territorio in cui viene coltivato questo prezioso quanto raro vitigno è quello della Val di Non, a nord della Provincia di Trento, proprio al confine con l’Alto Adige, lungo le sponde del lago di Santa Giustina nei paesi di Cagnò, Cloz, Revò e Romallo, situati nella zona della Terza Sponda, lungo il corso del fiume Noce. Erano gli antichi poderi feudali di Anaunia (un toponimo forse di origine celtica, legato alla popolazione degli Anauni o di  derivazione ebraica da Nun) trasformatosi poi in Non.
La Val di Non è in realtà un vasto altopiano, circondato dalle suggestive dorsali  dei Monti Anauni, dal gruppo del Brenta e dalla Catena delle Maddalene, a ricordo degli antichissimi ghiacciai che, milioni di anni fa, hanno disegnato qui terrazze mozzafiato, profonde fenditure nella roccia e scavato gole e orridi, grazie all’azione corrosiva delle acque.
Prima che venisse realizzato il Lago artificiale di Santa Giustina, la riva destra e sinistra del Noce vivevano realtà e condizioni distinte, erano mondi a se stanti ma, come accade nelle fiabe,  tutto  è possibile, anche creare un ponte fra questi due mondi. 
Sulla sponda sinistra e destra del fiume la coltivazione della vite ha sempre rappresentato un punto fermo per la popolazione, testimoniato da una serie di importanti documenti, già a partire dal 1220. 
Gli areali di Revò e Romallo rappresentavano, fin dal Medioevo, i territori più favorevoli all’allevamento del Groppello ( come dimostra una controversia fra un religioso di San Lazzaro sotto la giurisdizione di Romallo e prete Antonio che rappresentava gli interessi degli abitanti di Revò e Romallo, relativi ai compensi sulla coltivazione della vite).
Ma la conferma si ha attraverso la lettura di uno scritto del 1737 in cui si fa menzione di un “vino eccellente che si produce nei paraggi di Revò”, un territorio  già apprezzato dal Mariani un secolo prima, come “sito delizioso e fertile con copia di viveri e bontà di Vini, dei quali ne riescono anche di dolci...”. 
Di fondamentale importanza la menzione delle Carte di Regola in cui si parla di alcune figure fondamentali per la vita delle comunità della Terza Sponda: il Regolano, che presiedeva la Regola; il Saltaro, che custodiva le campagne e le vigne; il Gazaro, custode delle zone boscose. 
Il Groppello o Gropello (senza parentela alcuna con i Groppelli del bresciano), il cui nome sembra derivare da Grop “nodo”; termine ladino noneso indicante  il modo di crescita dei suoi piccoli acini, che si attorcigliano l’uno all’altro, è un vitigno autoctono trentino allevato sui versanti più soleggiati verso la Novella e il Noce, riparati dai monti contro le fredde correnti del nord. La sua maturazione precoce si adatta perfettamente al clima di queste terre e i suoli marnosi ne frenano la naturale esuberanza produttiva. Già dall’Ottocento i vigneti di  Groppello si estendevano al limite settentrionale della Val di Non, su terreni inclinati e con piante distanti l’una dall’altra circa mezzo metro, sostenute da pali. Alla fine del XIX secolo la nascita delle Cantine Sociali, sorte per iniziativa di uomini intraprendenti ed illuminati, permise una reale promozione dei prodotti e di moderne pratiche enologiche. Durante gli anni ‘30 del Novecento, però, gli attacchi contro i vitigni antichi ed economicamente  poco redditizi, si fece pressante. Il vino ottenuto dal Groppello di Revò era un vino piacevole, con buona acidità e sapidità, anche se non mancarono veri e propri detrattori, come Carlo de’ Bonetti, che accusò i piccoli proprietari di amare “ ancora i vecchi vitigni condannati già da tempo a morte”. Ma si sa che nelle fiabe, dopo momenti apparentemente negativi e oscuri, arriva sempre qualcosa o qualcuno a riportare tutto al giusto posto, e anche nella storia del Groppello la sensibilità e la lungimiranza di alcuni viticoltori e produttori, ha permesso a questo vitigno di sopravvivere e mostrare tutta la sua potenzialità e ricchezza espressiva. E l’interessantissimo volume  Il Groppello di Revò. Una storia di vino e di Cooperazione, di Roberto Panchieri, Anna Perini, Bruno Ruffini, Maurizio Visintin, edito dai Produttori Vino di Montagna Groppello di Revò, ci conduce attraverso  storie, racconti e aneddoti nel mondo straordinario di uno dei vitigni più singolari ed eleganti del Trentino, capace di produrre un vino ricco di straordinarie sfumature olfattive, fra frutti rossi di bosco e di rovo, erbe aromatiche e officinali e dal gusto dolce, appagante e saporito. 
 
 
 
 
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