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Il “Monte dei Cocci” e la cantina dei Fratelli Mariani

Dario Risi
Dal n.44 di
Fotografia

Per i veri romani Testaccio non è soltanto uno dei rioni di Roma ma anche e soprattutto  memoria di un calcio epico e glorioso di altri tempi. Proprio qui sorgeva infatti il mitico “Campo” costruito nel 1929 che ospitò nell’arco di undici anni 214 partite della Roma tra campionato, amichevoli e coppe. Le cronache dell’epoca ci raccontano l’esordio vittorioso il 3 novembre del 1929 contro il Brescia e l’ultima definitiva apparizione in una partita contro il Livorno il 30 giugno del 1940. Vecchie foto ci mostrano le caratteristiche tribune di legno traboccanti di folla e i protagonisti di quegli anni indimenticabili. Ma Testaccio conserva altri tesori intimamente legati alla storia più antica di questa città.

Questo Rione, dall’anima così intensamente popolare e verace, deve il suo nome ad una modesta collinetta alta circa 30 metri (54 sul livello del mare), il Monte dei Cocci o Monte Testaccio (in latino “Mons Testaceus”, da “testa” ovvero vaso, coccio). Anticamente in quest’area, presumibilmente tra il periodo Augusteo e la metà del III secolo d.C., come confermato da recenti indagini archeologiche, venivano ordinatamente abbandonati gli scarti delle anfore olearie, provenienti in prevalenza dalla Betica (l’attuale Andalusia), all’epoca una delle grandi produttrici di olio d’oliva, e in misura minore dall’Africa, sbarcate dal vicino porto fluviale sul Tevere situato ai piedi dell’Aventino. L’accumulo nel tempo ha quindi determinato il formarsi di una vera e propria collina che, oltre a rappresentare una curiosa attrazione per il turista più attento, costituisce, grazie anche alle numerose informazioni ricavate dal vasto corredo epigrafico ( diverse sulle anfore le incisioni e le iscrizioni dipinte), un archivio di primaria importanza per conoscere la storia dei commerci e, più in generale, dell’economia dell’Impero Romano. Il Monte e l’area circostante caddero quindi nell’oblio. Più avanti, durante il medioevo e nei secoli successivi, lo stesso luogo diventò un punto di incontro per i romani che lo scelsero per celebrarvi il Carnevale ma anche, a partire dal XV secolo, la Via Crucis (come ricordato dalla croce posta sulla cima). In seguito Testaccio si affermerà come meta privilegiata per le famose ottobrate romane, così mirabilmente immortalate nelle opere di Bartolomeo Pinelli: scampagnate fuori porta per festeggiare la conclusione della vendemmia in un’atmosfera di sfrenata allegria tra canti, balli e sfilate di carretti addobbati a festa. Protagonista assoluto il vino dei Castelli Romani conservato nelle varie grotte scavate sotto il monte. Tradizione poi sopravvissuta fino ai primi del novecento quando ebbe inizio l’urbanizzazione della zona. E proprio in una di queste grotte oggi ammiriamo la cantina di Elio e Francesco Mariani del Ristorante “Checchino dal 1887”, Tre baci nella Guida BIBENDA 2013.

Nato inizialmente nel 1870 come osteria per la rivendita di vino, nel 1887 questo locale inizia a cucinare per i lavoratori di quello che, nel 1890, sarebbe diventato il Mattatoio. La cucina quindi comincia a caratterizzarsi proprio in funzione dell’ antistante “Stabilimento di Mattazione” e in particolare delle parti meno nobili (testa, coda, zampe e interiora in generale) degli animali ivi macellati e portati dalle maestranze, che le avevano ricevute come retribuzione in natura, per essere cucinati nell’osteria. Lingua, pajata, coda e via dicendo vanno quindi a costituire la base della cucina del “quinto quarto” che origina piatti rigorosamente di territorio come la coda alla vaccinara o i rigatoni alla pajata (intestino tenue del vitellino da latte) ormai universalmente riconosciuti come patrimonio della tradizione romana e da 5 generazioni proposti in questo locale in ossequio alle ricette originarie. Nella cantina scavata dentro il monte, cui si accede dalle cucine, i vini riposano in un ambiente unico. Sono chiaramente visibili sulle pareti le anfore accatastate. Le varie terrecotte, materiale già naturalmente poroso, così adagiate l’una sull’altra a secco consentono una naturale circolazione dell’aria e una perfetta conservazione delle bottiglie. “Nonostante il mancato condizionamento”, ci racconta Francesco Mariani, “si riesce così ad avere un tasso d’umidità costante e una temperatura che va dai 10° gradi del suolo ai 16° gradi della sommità della volta con una variazione al massimo di 1° grado nel corso dell’anno”.

Centinaia di bottiglie (per circa 400 tipologie di vini, di cui almeno 60 laziali, comprese alcune gemme come il Fiorano del 1957) riposano in questo autentico museo pronte per essere servite con cura e professionalità da Elio e Francesco, entrambi sommelier professionisti di Associazione Italiana Sommelier rispettivamente dal 1982 e dal 1989. Sulla tavola pasta e ceci, minestra di orzo e cicoria, abbacchio alla cacciatora, garofolato di bue, carciofi, puntarelle e broccoli ma anche ricercati formaggi  italiani ed esteri e ottimi dolci preparati con maestria. Distillati di alta qualità sono pronti a deliziare la numerosa e affezionata clientela italiana e straniera. Di rito, al termine del pasto, per i più appassionati, la visita alla cantina accompagnati dai titolari tra aneddoti e racconti di vino che profumano di una Roma “sparita”. Una autentica immersione nella “Romanità” in questo locale insignito del titolo di Bottega Storica tutelata dal Comune di Roma e membro dell’Associazione Locali Storici d’ Italia e d ‘Europa.

Checchino dal 1887
Via di Monte Testaccio, 30
00153 Roma
Tel. 06 5743816
www.checchino-dal-1887.com
checchino_roma@tin.it

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