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Nuragus di Cagliari, il vino “selvaggio”

Roberto Greco
Dal n.36 di
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Tanti i sinonimi, in parte dialettali, per il Nuragus, legati strettamente alle caratteristiche al vitigno e citati spesso da alcuni studiosi dell’ampelografia sarda: iniziamo con Abbondosa, riferito alla generosità del vitigno, Axina de pòberus, vino dei poveri, Axina scacciaèpiddus, vino scaccia debiti, o Burdu, cioè selvaggio, sinonimo preferito dalle genti del Campidano, per indicarne l’origine autoctona. Due, comunque, le ipotesi sull’origine di questa varietà, ad ogni modo antichissima: la prima sostiene che sia stato uno dei primi vitigni ad arrivare sull’isola nel periodo risalente al XII secolo a.C., introdotto dai navigatori fenici in occasione della fondazione dell’antica Nora, città i cui resti sono ancora visibili nei margini meridionali della pianura del Campidano. Il prefisso Nur, infatti, di derivazione fenicia, significa fuoco, riferito al colore rossastro dell’acino che restava a maturare al sole. La seconda, invece, sostenuta da più di qualche studioso, afferma che le sue origini siano di natura selvatica, legate all’epoca dei Nuraghi, e prenda il nome proprio dal grappolo che, in forma rovesciata, somiglia a un nuraghe.

Nel corso dei secoli il Nuragus, vista la sua grande adattabilità ad ogni tipo di terreno e alla forte resistenza alle malattie crittogamiche, ha difatti riempito i vuoti lasciati dalla scomparsa di altri vigneti in Sardegna. Diffuso nei secoli passati in quasi tutto il territorio sardo, principalmente nella provincia di Cagliari e di Oristano, sul finire degli anni Settanta, nonostante il riconoscimento della Doc Nuragus di Cagliari, è passato da una produzione di oltre un milione di ettolitri a neanche un terzo, subendo un espianto importante a causa dalla sua forte vigoria - il suo uso principale era relegato alla dimensione di vino da taglio o base per la preparazione di vermouth e spumanti.

Dal punto di vista ampelografico si mostra con una foglia pentagonale e pentalobata, con la pagina superiore verde chiaro e quella inferiore abbastanza cotonosa. I tralci esposti al sole sono di colore bruno e piuttosto vigorosi, il grappolo invece è di medie dimensioni, serrato, di forma conica e spesso alato, con una buccia consistente e poco pruinosa. Preferisce terreni caratterizzati da suoli di medio impasto, purché ventilati e freschi. La Doc, datata 1975, certifica che il Nuragus di Cagliari, deve essere ottenuto per l’85% da uve Nuragus, a cui si possono aggiungere altri vitigni a bacca bianca non aromatici, raccomandati e autorizzati dalle province di Cagliari, Nuoro ed Oristano, fino ad un massimo del 15%.

In questa occasione abbiamo degustato il Nuragus di Cagliari S’Elegas di Argiolas, cantina storica di Serdiana nella provincia cagliaritana, che da subito dette prova dell’enorme vitalità del territorio sardo, ricco di storia enologica. Fu proprio Antonio Argiolas, Tziu Antoneddu, venuto a mancare nel giugno del 2009 a 102 anni, che nel 1938 decise di intraprendere la produzione vitivinicola e a portare la cantina ad essere il fiore all’occhiello della Sardegna. Grazie a grandi investimenti ed al contributo di un grande personaggio dell’enologia mondiale, come Giacomo Tachis, seppero dar vita ad importanti etichette sarde, tra cui il Turriga. Nel calice il S’Elegas 2010 è paglierino dorato, attraversato da riflessi luminosi. Il ventaglio olfattivo presenta marcate sensazioni erbacee e soffi vegetali di fieno, ingentiliti poi da sentori di agrumi, ginestra e delicate note di mela renetta. Bocca autorevole e ben impostata, con un equilibrio già in essere, ravvivato da una perfetta spalla acida e da un finale decisamente sapido. Chiusura di carattere, buona la lunghezza. Accompagna crostacei alla catalana o piatti tipici come Succu a sa busachesa.

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