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Il vino e la musica dell’anima Prima Parte

Escursione tra la sacralità e l’amor profano.

Luca Busca
Soul music is timeless (Alicia Keys)

C’era una volta una musica ancestrale fatta di percussioni primordiali e cori. Il ritmo era incalzante e ideale per accompagnare le danze rituali che scandivano il calendario del mondo sub sahariano. La routine della vita tribale fu però spezzata dall’arrivo dei mercanti di schiavi che aprirono le porte dell’inferno americano per migliaia di esseri umani. Agli schiavi, privati di ogni diritto, fu fatto esplicito divieto di praticare i loro riti animisti, di usare le percussioni per creare la propria musica e di parlare la propria lingua. Il cristianesimo, nelle sue diverse forme, venne insegnato loro al fine di sopportare meglio le sofferenze, dimenticare le proprie origini ed obbedire agli ordini. In quest’ambito era possibile esprimere la propria spiritualità anche attraverso il canto, sulla falsa riga dei “lining out”, la messa cantata della chiesa presbiteriana irlandese. Durante celebrazioni segrete, questi rituali riconquistavano l’antico ritmo e con esso l’originale esuberanza, l’allegria e la spontaneità. In tutte le americhe nacque così il sincretismo tra religione cristiana e yoruba. Gli dèi animisti africani si trasformarono in santi cattolici dando vita agli Orixa. Alcuni passi della Bibbia, come l’Esodo, vennero adattati a simboleggiare il desiderio di libertà e cantati durante le celebrazioni. I cori rituali, spesso intonati anche nei campi di cotone, avevano una struttura antifonale in cui alla domanda cantata dal solista rispondeva il coro. Formula questa che, con il solo supporto di rudimentali percussioni e il battito delle mani, costituisce la struttura musicale degli Spirituals, che èrimasta intatta sino ai giorni nostri, come in “Oh Freedom”, canzone simbolo del movimento per i diritti civili degli afroamericani:
 
Il vino e la musica dell’anima Prima Parte
Con l’abolizione della schiavitù, avvenuta ufficialmente solo nel 1865 e protrattasi sotto forma di lavori forzati per diversi anni, gli afro americani conquistarono il diritto di usare strumenti musicali. Con l’avvento della chitarra ed altri strumenti a corda, dell’armonica e del kazoo, di percussioni più evolute e tamburi, le “blue note” cantate nei campi assurgono a simbolo dello spartito della musica nera. L’abbassamento di un semitono della nota suonata calante conferisce, infatti, quella cifra nostalgica e triste tipica di queste ballate, tanto da essere chiamata anche “worried note”. Blues diventa anche il nome di questa musica che esprime la sensazione di "to have the blue devils", in cui i diavoli blue rappresentano la tristezza e la malinconia. Pur essendo suonato dalla metà del XIX secolo, il Blues e la musica nera non hanno lasciato tracce registrate sino al 1920, anno in cui la casa discografica Okeh, la prima ad intuire le potenzialità del mercato “black”, decise di pubblicare il primo disco di un artista di colore. Mamie Smith incise così “That Thing Called Love”, cui seguì, sei mesi dopo, “Crazy Blues”, la prima incisione blues di sempre:
 
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In realtà W.C. Handy aveva già pubblicato gli spartiti di Menphis Blues, nel 1912 e di St. Louis Blues, nel 1914 che, pur divenendo un classico reinterpretato e inciso dai grandi del jazz come Bessie Smith, Louis Armstrong, Glenn Miller e molti altri, venne registrato solo negli anni venti.
Ottenuta la libertà, la comunità afroamericana si trasformò lentamente in classe lavoratrice e fu trasferita, accompagnata dalla propria musica, dalla campagna in città. Le tipiche sonorità rurali divennero urbane, arricchendosi di strumenti. Il blues perse la “spiritualità” per divenire espressione dissacrante, secolare e profana dei lavoratori urbani. Lo spiritual in città acquisì una platea più vasta, una strumentazione sempre più sofisticata ed esecutori più professionali, divenendo così Gospel: qui con When I Rose This Morning eseguita dal Mississippi Mass Choir:

 
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Nessuna delle diverse interpretazioni della Black Music perse, però, la struttura originale  antifonale, a chiamata e risposta, le classiche dodici battute divise in 3 frasi, musicali e testuali. Semplicemente la musica afroamericana fece proprio il ritmo della vita moderna e urbana e nel 1949 divenne, grazie alla rivista Billboard stanca di usare il termine Race Music, Rhythm and Blues. Termine ancora molto in voga il R&B condizionò tutta la musica seguente plasmando il Rock & Roll, nella sua versione bianca, e trasformandosi, in quella nera, in Rap, Hip Pop e Alternative R&B. Nel 1954, però, il R&B era ancora molto vicino alle sue origini con sonorità blues dotate di ritmo più incalzante, come in “I’ve got a woman” di Ray Charles:
 
Il vino e la musica dell’anima Prima Parte
Il brano è strutturato su base Gospel ritmata ma il testo recita una litania del tutto diversa con riferimenti chiari “all’amor profano”. Rappresenta, quindi, la prima profanazione della musica nera a sfondo religioso. Questo fenomeno dissacratorio, unitamente alla sempre più intensa urbanizzazione della popolazione afroamericana generò il Soul: la musica dell’anima. L’anima pervasa dalla sofferenza, dal desiderio di libertà, dalla voglia di emancipazione che si esprime, però, con il ritmo ancestrale a sottolineare la gioia riconquistata. Questa musica conquista il mondo intero divenendo, nelle sue infinite sfumature, colonna sonora del movimento per i diritti civili degli africani, di quello pacifista contro la contestazione della guerra in Vietnam, ma anche musa delle Pantere Nere. Ipira, negli anni settanta, le serate, ludiche e poco impegnate, spese ballando in discoteca sulle note blu della disco music, la versione leggera del soul. La componente profana si ampliò con ritmi e sonorità “sporche”, sensuali, ma anche autentiche e per questo attraenti. Sensazioni queste che, nel gergo afroamericano, vengono espresse con il termine funk, che letteralmente significa puzza ma che sottintende l’esplicito riferimento a quella suscitata dall’eccitazione sessuale. Già in uso nella musica jazz degli anni ’50 le sonorità funky diventarono, negli anni sessanta, prerogativa del soul grazie soprattutto al “Godfather of Soul” nonché “Funky President”, James Brown, qui con “I Got You - I Feel Good” del 1965:
 
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