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Monfortino, generazione mille Euro

Consacrazione di un’Italia del vino che si sdogana definitivamente dal secondo posto.

Massimo Billetto
annate storiche di BaroloNegli anni ’70 le Langhe erano lontane anni luce dall’aura di luogo di pellegrinaggio mistico, pullulante di resort lussuosi, di ristoranti pluristellati e buen retiro di star del cinema e del rock. Le Langhe erano (e per noi piemontesi lo sono ancora), il posto per la piccola fuga domenicale, dove si consumavano le “merende sinoire” a base di pane e salam d’la duja in estate, e di bagna cauda in inverno. Si bevevano la Barbera e il Dolcetto, talvolta la Freisa; mai il Barolo.
Il Barolo era il “vin d’la festa”, ma non della festa o della scampagnata domenicale. Era la bottiglia per la grande occasione, quella che solo il nonno poteva stabilire quale fosse. Il problema era che spesso i nonni se ne andavano senza che quell’occasione fosse mai arrivata, lasciando in eredità quelle poche bottiglie da continuare a venerare per generazioni. Quando, ereticamente, si decideva coraggiosamente di stapparne una, si fingeva di apprezzarla nonostante fosse quasi sempre amara, ossidata e passata a miglior vita. “Il Barolo è così”, si diceva, “è un po’ marsalato”, “va bevuto fuori dai pasti”. Negli anni ’70 ero un ragazzino mosso dalla curiosità di capire perché diavolo un vino così palesemente cattivo fosse tanto famoso. Pur se ancora giovanissimo ascoltavo e leggevo Gino Veronelli e Mario Soldati, Beppe Fenoglio e Nuto Revelli. Quando parlavano del Barolo citavano sempre e solo alcuni leggendari nomi di produttori, pochi a dire il vero, la cui conoscenza era necessaria per comprendere davvero la qualità del Barolo. E capii già da allora che si trattava di un vino che tutti ambivano a produrre ma che pochi riuscivano davvero a rendere grande. Avevo, in buona sostanza, assaggiato fino ad allora, io come tanti altri, i Barolo sbagliati.
padre e figlioNel 1979 decisi di dare fondo ai pochi risparmi che da studente-lavoratore avevo da parte, regalando per la prima volta una bottiglia di Barolo a mio padre, in occasione del suo compleanno. Il vinaio di una “piola” Pinerolo (il termine “enoteca” non era ancora entrato nel linguaggio comune, noi si andava nelle “piole”) mi consigliò una bottiglia di Cascina Francia Giacomo Conterno del 1967. Ricordo che costava quindicimila lire o giù di lì, più o meno sessanta euro di oggi. Era un nome di cui avevo letto e sentito, e ovviamente mi fidai. Speravo che papà aprisse subito quella bottiglia, ma non lo fece mai. La custodì e me la restituì trent’anni dopo, in una sorta di passaggio di testimone che in Piemonte vale molto più di una bottiglia. Quella sorta di investimento giovanile fu una molla che mi convinse ad approfondire la conoscenza del territorio, non più solo mèta domenicale ma nuovo e affascinante oggetto di studio. Le terre del Barolo avevano il fascino discreto di chi non si mostra con vanità e non ostenta mai, ma che se ti cattura l’anima non ne esce più.
I vini delle Langhe sono tutti figli di contadini, ma si tratta di contadini-poeti, di contadini-partigiani, di contadini-artisti, tutti accomunati da un radicamento con quel suolo che ha pochi paragoni al mondo. Dagli anni ’70, quando nessuno degli emergenti opinion leader americani e inglesi, così impegnati a scoprire, a celebrare e a divulgare i vini toscani bordeaux-style, degnava di uno sguardo il Barolo, i langaroli avviavano un’ascesa di portata tale da far diventare Langhe e Barolo veri e propri oggetti di culto. Nessuno, nemmeno lo stesso Roberto Conterno, poteva sapere cosa sarebbe accaduto. Un piemontese lavora a testa bassa, progetta, pianifica, ma non specula. E non c’è parola peggiore di “speculazione” tra quelle che da un mese a questa parte vengono associate al fenomeno, finalmente accaduto, del prezzo di oltre 1.000 euro al quale vengono vendute le bottiglie di Monfortino 2010.
veduta delle terre del Barolo
Giacomo Conterno
Conterno non specula, ma vende le poche bottiglie prodotte a un mercato cento volte superiore all’offerta senza gonfiare nessun prezzo. I moltiplicatori che portano a far lievitare il prezzo della bottiglia sono determinati da quel mercato che pone il Nostro perfettamente, e sacrosantemente, in linea con i più grandi vini del mondo. Nessuno grida allo scandalo per i 1.500 euro di Lafite, i 3.000 di Petrus, gli 8.000 di Romanée-Conti, tutti vini che il Monfortino in degustazione alla cieca potrebbe mettere in fila e guardare dall’alto. Perché, anziché creare il “caso”, non proviamo, finalmente, un fremito di orgoglio? La soglia oltrepassata rappresenta molto di più di un prezzo. È la testimonianza tangibile della consacrazione di una Italia del vino che si sdogana definitivamente dal ruolo di “eterno secondo”.
Ed è bello che ciò sia accaduto proprio nelle Langhe. Perché qualunque si il prezzo che le sue migliori bottiglie potranno raggiungere, qualunque sia la fama alla quale le sue etichette potranno assurgere, nessuno qui si monterà la testa. I produttori conserveranno sempre, e per sempre, quello spirito contadino che rifugge dai riflettori, che preferisce il canto del gallo alla sveglia elettronica, e che non scambierebbe mai una “merenda sinoira” con una cena stellata. Innaffiata da una Barbera, perché il Barolo lo si conserva per i figli. Cerea nè.
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