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Vino da viaggio

Cartoline ricordo delle etichette incontrate nel corso di alcuni viaggi nel mondo.

Luca Busca
On the Road” di Jack KerouacIl viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma. Bruce Charles Chatwin – Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi 2005
Un detto africano assicura che “ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato”. Un’ovvietà così poco ovvia che ha fatto di me un viaggiatore compulsivo. Sono cresciuto con “On the Road” di Jack Kerouac sottobraccio, e così, inevitabilmente, il nomadismo insito nel vecchio sogno americano, si è fatto largo dentro di me. Mi ha accompagnato nelle adolescenziali scorribande per l’Europa in sella al pollice sollevato, si è fatto promotore delle giovanili avventure a cavallo di più puntuali motociclette, e si è definitivamente stratificato con le mature trasvolate oceaniche. Ovviamente un nomade innamorato del vino cercherà sempre di appropriarsi delle tradizioni enoiche del paese in cui si reca. Sotto questo profilo le regioni italiane e quelle francesi da sole “valgono il viaggio”, come diceva la più affidabile delle guide turistiche. Il resto d’Europa offre comunque delle ottime possibilità, mentre diventa più complicata la ricerca quando si esce dal terroir conosciuto e si esplorano terre lontane. Nei luoghi in cui la storia vitivinicola è recente o addirittura ancora da scrivere, ci si rende subito conto che l’influenza francese è nettamente superiore a quella italiana. Non sorprende quindi che, una volta valicati i confini continentali, gli “internazionali” si impadroniscano della scena vitivinicola, come poi è successo in molti dei luoghi che ho avuto la fortuna di visitare o di frequentare per motivi di lavoro.
Biodinamica in MadagasccarQuello che invece mi stupisce è la frequenza con la quale ho trovato lo Chenin Blanc in luoghi in cui stavo iniziando a rassegnarmi all’uso esclusivo della birra per accompagnare i miei pasti. Nel 1996 visitai, per meri scopi turistici, l’isola di Cuba. Il “perìodo especial”, che aveva rivoluzionato le regole del turismo, stava volgendo al termine, assicurando accesso alle “paladares” ed alle case “particolar”, piccoli ristoranti e ostelli a conduzione familiare. Pensare di trovare vino in questi posti sembrava già abbastanza eretico, ma riuscire ad ordinare un Chenin Blanc come accompagnamento ad una meravigliosa aragosta, di artigianale provenienza e cottura, fu una sconvolgente sorpresa. Cinque anni dopo, a coronamento di un vecchio sogno e di un duro anno di lavoro, riuscii a raggiungere il Madagascar, dove ero certo di poter bere solo sanissima acqua minerale. Partito da Antananarivo, capitale dello stato malgascio, mi diressi verso sud percorrendo l’altopiano su cui insistono i villaggi di Antsirabe e Fianarantsoa, in mezzo ai quali è sita la riserva di Ranomafana. Poco sotto si trova Ambalavao che costituisce la porta di ingresso alla vasta zona desertica del sud dell’isola. Tra Fianarantsoa e Ambalavao si trovano i pochi vigneti che danno vita alla piccola produzione del Madagascar. Le viti sono frutto del lavoro svolto dai monaci europei, venuti a cercar proseliti in questa landa, i quali riuscirono ad addomesticare la Vitis Labrusca endemica dell’isola per la produzione di “fragolino” locale. Più tardi, grazie alla sperimentazione antifillossera, vennero creati degli ibridi da Couderc, un porta innesto usato in Europa, e venne importato il Petit Bouschet, un incrocio di Aramon noir and Teinturier du Cher, il cui assaggio non suscitò in me alcun entusiasmo. All’epoca del mio viaggio, delle quattro cantine che si spartivano la produzione, una sola, la Clos Nomena, si era avventurata nella coltivazione di vitigni “nobili”, in considerazione del costo proibitivo di una bottiglia per la popolazione locale che, pur essendo contenuto entro i cinque euro, corrispondeva di fatto alla paga settimanale media. Il loro Chenin Blanc si rivelò bevibile e allietò più di una cena durante il mio viaggio.
Fianarantsoa eb Ambalavao
Tre anni dopo cominciai una fortunata collaborazione che mi ha consentito di andare a lavorare, prima, in Messico, dove i vini cileni la fanno da padrone; poi a Santo Domingo una delle patrie del rum, che sovrasta tutte le altre produzioni alcoliche; quindi è stata la volta del Kenya il cui esiguo mercato del vino è equamente diviso tra italiani e francesi; in seguito sono stato anche in Sud Africa, dove il Pinotage tenta di mettere in ombra ottimi vini internazionali, per fortuna senza riuscirvi. In questo luogo il vitigno a bacca bianca più diffuso è lo “Steen”, termine boero che indica la pietra su cui ama crescere questo tipo di vite e sopra la quale si diverte a saltare la piccola antilope chiamata appunto Steenbok. Lo Steen non è però niente altro che lo Chenin Blanc di francofona importazione che, inevitabilmente, finì per accompagnare quasi tutte le cene di pesce durante la mia permanenza.
Messico
alcune vigne in Sud Africa
IndiaNel 2009 ebbe luogo l’ultima mia escursione lavorativa all’estero e la meta prescelta fu l’India. Tra i miei compiti c’era anche quello di esplorare le possibilità culinarie del posto, al fine di accontentare i difficili, e soprattutto pigri, palati della troupe italiana, che privati della pasta tendono a deperire velocemente. L’India è un paese orgoglioso delle proprie, innumerevoli, cucine regionali, tutte distanti anni luce da quella nostrana, prevalentemente vegetariane e ricche di bevande salubri e rigorosamente analcoliche. Fortuna volle che al il mio fianco ci fosse una valida collaboratrice, nata e cresciuta tra Montepulciano e Montalcino respirando olio, pecorino di Pienza e vino. Parlando con il direttore, riuscì ad organizzare una degustazione della produzione enologica locale con il rappresentante che riforniva il ristorante dell’albergo che ci ospitava. Ben nove campioni ci vennero presentati: una bollicina, quattro bianchi e altrettanti rossi. Meglio sorvolare sul livello qualitativo, il risultato, infatti, fu che su nove assaggi un solo campione superò l’esame e divenne assiduo compagno delle nostre cene vegetariane. Ovviamente era uno Chenin Blanc.
Clos de la Coulée de SerrantSolo recentemente il mio pellegrinaggio mi ha condotto in quel della Loira, regione che allo Chenin Blanc ha dato i natali e la forza di diffondersi nel mondo. Scontati sono stati diversi assaggi e rade visite in cantina, ma fortuite quanto inspiegabili circostanze hanno causato la mancata escursione alla “Mecca” dello Chenin Blanc: Clos de la Coulée de Serrant. Questo è il motivo che mi ha indotto a prelevare anzitempo dalla mia cantina la bottiglia del 2010 che mi accompagnerà nel tentativo di realizzare il triplice abbinamento tra vino, viaggio e musica. La famiglia Joly possiede l’intera piccola denominazione in “monopole”, e ne ha fatto il punto di partenza di un altro “viaggio” che ha rapidamente toccato tutte le tappe salienti del percorso enologico planetario, la biodinamica. La Coulée de Serrant fu impiantata, nel 1130 dai monaci cistercensi e da allora non ha mai smesso di dare i suoi frutti, cosicché quella del 2017 è stata la ottocentottantasettesima vendemmia. Il vecchio piccolo monastero è ancora parte della proprietà e tutelato come edificio storico. Dal 1980, con l’avvento di Nicholas Joly, è stata introdotta la conduzione biodinamica che, nel 1984, interessava l’intero patrimonio vitato dell’azienda. Da qui è partito il viaggio intorno al mondo che ha condotto Joly a diffondere i principi biodinamici. Storia, forma di allevamento, terreno, conduzione e risultati ottenuti in cantina hanno reso, infatti, questi sette ettari un esempio ormai seguito in tutto il mondo. Il nettare che ne deriva, però, rimane un’espressione unica di questo vitigno, non riscontrabile in altri vini che si possono trovare in Francia o errando per il mondo.
i corni della biodinamica
Fotografia
Fotografia

FotografiaSe le vicissitudini della vita mi hanno condotto ad eleggere lo Chenin Blanc vino da viaggio, ben più difficile è la scelta in campo musicale per due ottime ragioni. La prima è che la musica da viaggio è una categoria molto ampia, che è difficile racchiudere in confini ben delineati. Inoltre ogni paese ha la sua cultura musicale che spesso costituisce la colonna sonora di un viaggio, rientrando così nella categoria anche senza appartenervi per struttura armonica. La seconda ragione è che la musica da viaggio propriamente detta ha caratterizzato tutto il mio percorso musicale. Il primo long playing, si chiamavano così i dischi in vinile a 33 giri, che ho acquistato, di importazione appena uscito nel 1973, è stato Brothers & Sister, l’Album con cui la Allman Brothers Band vira verso la “West Coast”. Sono poi seguiti Crosby, Stills, Nash e Young, Janis Joplin, Santana, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Eagles, Jackson Browne e Lynyrd Skynyrd che con il loro rock permeato di folk davano il giusto ritmo ai miei immaginari “coast to coast” giovanili. I Creedence Clearwater Revival fecero poi da colonna sonora alla mia seconda avventura internazionale, accompagnati dalla ottima birra fiamminga. Non ho mai amato molto la musica italiana che tende, a mio parere, a privilegiare la melodia della parola sottraendo il giusto spazio al linguaggio musicale. Inevitabilmente, però, qualche canzone finisce per legarsi a importanti esperienze formative. Succede così che Lucio Battisti, con la collaborazione di Mogol, entra in scena con Sì, Viaggiare, e i Nomadi si impadroniscono del palco con Io vagabondo. Ma, complice il cinema, è con Easy Rider che il tema del viaggio si radica in me, la sua colonna sonora era ed è rimasta un cult del genere. La canzone simbolo è Born to be wild, sulle cui note girano le ruote delle due Harley che portano Wyatt-Capitan America (Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper) attraverso gli States. Incisa nel 1968 dagli Steppenwoolf, il brano fu scritto da Mars Bonfire ed è diventato famoso grazie al film. Nel corso degli anni è stata riproposta da decine di artisti ma è nella sua versione originale che si adatta meglio al rombo di metallo pesante, “heavy metal thunder”, della motocicletta.
Nascere per essere selvaggi, “born to be wild”, per poter assaporare la libertà, perché viaggiare non è raggiungere la meta ma godersi il percorso, cercando l’avventura, “looking for adventure”. Ma da sola una canzone non è sufficiente ad esprimere tutte le sfumature del viaggio e, tantomeno, quelle del vino prescelto. Così oltre ad essere nati per essere selvaggi i viaggiatori sono nati per correre: Born to run. La canzone, che dà il titolo al terzo album di Bruce Springsteen, quello che ne ha decretato il successo, uscì nel 1975 ed è tutt’ora una delle più eseguite durante i concerti. La rivista Rolling Stones ha collocato la canzone al ventunesimo posto nella speciale classifica delle migliori canzoni di sempre e ha piazzato l’album al diciottesimo. “We gotta get out while we're young, because tramps like us, baby we were born to run”. (dobbiamo andar via finché siamo ancora giovani, perché i vagabondi come noi, tesoro sono nati per correre). Il testo racconta, però, anche il carattere effimero del sogno americano, la voglia di fuggire dalla grigia provincia, la falsità del luccichio di Las Vegas e la speranza di "Someday girl I don't know when we're gonna get to that place / Where we really want to go and we'll walk in the sun / But till then tramps like us baby we were born to run ...” (un giorno ragazza, non so quando, noi arriveremo in quel posto, dove vogliamo andare davvero e cammineremo insieme al sole, ma fino ad allora vagabondi come noi, tesoro, sono nati per correre).
Coulée de Serrant capsulaAnche il linguaggio musicale esprime una maggiore maturità, che meglio si presta ai volteggi evolutivi che la Coulée de Serrant esprime ad ogni approccio. Un vino nato per essere selvaggio, irruento e indomabile assale il naso con le sue note fruttate e di fiori appassiti mentre in bocca sferza il palato con la sua prepotente freschezza. Ma questo cavallo di razza è anche nato per correre a lungo sulle autostrade del gusto, ha bisogno di tempo e di aria per potersi esprimere a pieno. Una volta libero decide di cambiare strada, abbandona l’aggressività dei suoi quindici gradi e mezzo di alcol lasciando emergere all’olfatto profonde risorse minerali, sfumature dolci mielose, vaghezze ossidate. In bocca s’impadronisce del sorso con matura sapidità e con quel particolare equilibrio, un po’ folle, di chi sa convivere bene con le proprie contraddizioni. Ma non finisce qui, lasciato solo inverte nuovamente la rotta annunciandosi con sentori speziati di zafferano e foglie di tabacco cubano appena conciate, che trovano nuovi riscontri morbidi e suadenti all’assaggio. Un vino che “ama viaggiare ma odia arrivare” (Albert Einstein), offrendo così infinite sfumature, sale, accelera e si evolve, rallenta e vira, infine scende, ma facendolo permane. Torna, perché ogni viaggio purtroppo ha una fine, ma nel bicchiere si prende solo il tempo necessario a cambiare il proprio bagaglio e scegliere una nuova meta, e come un Free bird (Lynyrd Skynyrd) si libra alto in volo, libero e in un crescendo vorticoso esprime l’impossibilità ad essere niente altro che sé stesso, unica e irripetibile espressione di un viaggio fatto solo per capire meglio il posto da cui proviene.
Se vi è rimasto ancora un po’ di vino e di smania di viaggiare imboccate l’Highway to Hell, “Living easy, living free… Asking nothing,… No stop signs, speed limit, Nobody's gonna slow me down… Hey Satan, paid my dues… I'm on my way to the promised land, whoo! I'm on the highway to hell”. Perché in fondo “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati – Dove andiamo? - Non lo so, ma dobbiamo andare.” Jack Kerouac (Sulla strada). E quindi il viaggio prosegue all’infinito con un’onirica sosta all’Hotel California (Eagles) …
I testi delle canzoni sono tutti su www.azlyrics.com. Per le traduzioni purtroppo… lo spazio è tiranno.
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