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Che noia che noia “le bollicine”!

Franco M. Ricci
Dal n.14 di
Fotografia

Ci siamo battuti per anni contro la flûte. Un bicchiere insulso che dava fastidio al naso e al gusto. Dico dava, perché oggi lo vediamo più spesso soltanto nei matrimoni gestiti da catering di serie C. Oppure in casa dei ricchi che di vino ne capiscono poco. Adesso tocca alle bollicine.

È un grido d’allarme per un termine, “bollicine”, abusato come non mai.

Oltre ad essere sconveniente, oggi è diventato nauseante per come viene ripetuto a iosa e per come viene pronunciato: boliciiine! (Una elle e molte i, difficile scriverlo.)

Gli uomini di Franciacorta non sono ancora riusciti a far passare il termine come Prodotto e Territorio. Ne ho sentiti e ne sento ancora parecchi chiamare i loro capolavori bollicine. In televisione, quando sento bollicine mi sembra che parlino del morbillo.

Bollicine è brutto. È barbaro, penalizzante, limitante, sgradevole. Bollicine è “piovoso”.

Come si può chiamare bollicine un Franciacorta Annamaria Clementi di Ca’ del Bosco o un Vittorio Moretti di Bellavista? Come vi permettete di chiamare bollicine un Giulio Ferrari? Vergogna!

Insomma, se proprio non ci riuscite a scegliere un altro termine chiamatelo col suo: SPUMANTE.

Volenti o nolenti, la legge classifica questo vino - questo magnifico vino - come Spumante.

Se non vi riesce di chiamarlo Franciacorta, se non vi riesce di chiamarlo con il nome proprio perché magari siete in pubblico e non dovete e non potete fare “pubblicità” non trattandosi di un libro né di un parrucchiere di Capri (i soli ammessi ad essere chiamati con nome e cognome in televisione), beh… allora, chiamatelo - almeno - Spumante. E le bollicine lasciatele al morbillo e alla scarlattina. Il vino è una cosa seria.

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