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Il linguaggio di un’emozione

In un calice l’allievo e amico ricorda il professor Tullio De Mauro, perdita recente e incolmabile per il mondo della cultura.

Pietro Mercogliano
FotografiaLa morte di Tullio De Mauro, avvenuta il cinque gennaio di quest’anno, ha sconvolto tutti coloro che – anche attraverso i Media, che ne hanno dato giusta risonanza – ne siano venuti a conoscenza. Il professor De Mauro aveva ottantaquattro anni e molti progetti ancora aperti nel metodico rigoglio d’idee che da sempre lo aveva caratterizzato.

Si tratta di una delle poche personalità di cui si può dire «che abbiano segnato in modo indelebile la cultura italiana dell’ultimo cinquantennio», come assicura il suo amico e collega Luca Serianni nell’incipit del suo bellissimo pezzo in memoriam apparso su Il Sole 24 Ore il giorno sei. Linguista pionieristico e geniale, filosofo e pensatore, docente universitario fra i più amati e stimati, Ministro della Pubblica Istruzione (per il Governo Amato), personalità di spicco della cultura nazionale ed internazionale.

Mai sazio di nuove avventure e di nuove condivisioni, nell’ultimo anno e mezzo aveva aperto vicino casa sua una serie di incontri settimanali a tema linguistico cui un gruppo di noi suoi fortunatissimi amici e chiunque si trovasse a passare per quell’indirizzo di Viale Regina Margherita partecipavamo come a qualcosa di simile tanto a un rito sacrale quanto a un pranzo fra vecchi amici.

L’amicizia (per quanto impari, com’è evidente) con Tullio De Mauro è una delle cose più importanti dei miei anni romani.
FotografiaParlavamo spesso anche della mia passione per il Vino, del mio desiderio di raccontare a parole un’esperienza dei sensi e d’inseguire col linguaggio la narrazione dell’emozione del calice e delle possibilità della Lingua di tesserne il racconto. D’estate m’inviava affettuosi messaggi dalla sua casa di fronte all’isola di San Pantaleo (Mozia), dove si ritrovava con «figliolanza e nipotanza» (come diceva).

Immagino fossero davvero poche le probabilità che proprio un vino proveniente da quell’isola – che si estende per non più di 0,45 km2 al centro dello stagnone di Marsala – mi ritrovassi poi in degustazione lunedì nove, a soli due giorni dai funerali dell’amico e maestro, per una lezione del Bibenda Executive Wine Master dedicata ad alcuni vitigni a bacca bianca del Centro-Sud.

Eppure così è stato: Grillo Mozia 2014 di Tasca d’Almerita. Paglierino brillante. Fresco già al naso, con sentori pur dolci di cedro candito; sul fondo ma sempre a fuoco, un mare altrettanto fresco e dolce di erbe di campo e infiorescenza di trachelospermum jasminoides; a intervalli brevi, refoli delicati ma potenti di iodio e pepe verde. Immediatamente sapido in bocca e piacevolmente fresco, ha persistenza non lunghissima ma di ottima qualità.

Accogliendo non senza commozione la curiosa coincidenza, ho libato all’amico mai perduto: per ancora una volta, unito a lui dal ricordo e dall’emozione del vino.



 

Immagini allegate: Bottiglia del Grillo “Mozia” (tratta dal Sito ufficiale dei principi Tasca d’Almerita), un intervento di Tullio De Mauro (tratta da “Internazionale”, la rivista diretta da Giovanni De Mauro che per prima ha diffuso la notizia obituaria).
 
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