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Ricordo di Dario Fo

Ora che Dario Fo non c’è più, abbiamo tutti perso qualcosa. A cominciare dalla sua capacità di scelta, profondamente umana, orientata all’amore, alla conoscenza e alla convivialità che è alla base della passione per il vino.

Daniele Maestri
“Ehi, Dario! Qui sulla Terra hai fatto cose grandiose, hai rivoluzionato la cultura del modo di essere, e hai restituito dignità agli oppressi”.
(Adriano Celentano)
Dario a Torino nel 2012, testimonial per Terra Madre.Dario Fo, quando era in vita, non era amato da tutti. Non lo è mai stato. Censurato già alla radio negli anni Cinquanta, nel 1962 venne prescelto per la conduzione del varietà tv Canzonissima assieme a Franca Rame, ma la satira politica e le gag a sfondo sociale non piacquero ai dirigenti Rai. Dopo sette puntate, i due furono costretti a ritirarsi “per divergenze artistiche e ideologiche”, e la conduzione della trasmissione venne offerta a Chiari e Bramieri, che però rifiutarono per solidarietà. In effetti Fo era già volto popolarissimo, protagonista di spettacoli di rivista, sceneggiati di successo e perfino dei caroselli Agip. Tornerà in video solo nel ’77, con il capolavoro Mistero Buffo, divenuto ormai attore ed autore teatrale di culto, circondato da fama crescente anche all’estero. Venti anni dopo riceve dalle mani del re Gustavo di Svezia il Nobel per la letteratura. Ma c’è ancora chi non lo ama; chi, osteggiandone l’impegno a favore delle classi subalterne, rifiuta di riconoscerne lo spessore culturale poliedrico e la grandezza di uomo di teatro a tutto tondo, erede diretto della Commedia dell’Arte, che ha recitato, prodotto, scritto libri e dipinto fino all’ultimo, lasciando un corpus di opere impressionante.
“La potatura della vite”, copia dagli affreschi di Palazzo Schifanoia, a Ferrara.Eppure, per spiegare a un alieno piovuto da lontani pianeti chi fosse Dario Fo, e quale fosse la sua visione del mondo, basterebbe riascoltarne il monologo sulla Genesi pronunciato tre anni fa ai funerali di Franca, sua compagna di una vita. Cerimoniale laico, intriso però di Amore e Religiosità profonda, nel senso originario di “religio”, ovvero “legame” spirituale indissolubile. Ci sono il sindaco, le autorità, gli amici. E un folto pubblico commosso ed emozionato, che Dario una volta di più rapisce, raccontando di un’Eva primigenia, “modellata non da una costola, ma in un’argilla fine e delicata, un pezzo unico. A Eva per prima il Creatore dà la vita e la parola, prima di creare Adamo, per tacitare le lamentele di lei, che vede tutti gli altri animali accoppiati, o addirittura in branco. Adamo, però, è preoccupato, insospettito dai gridolini gioiosi e dalla strana danza selvatica che Eva gli improvvisa attorno, e fugge timoroso a nascondersi. Ma il Creatore vuole parlare alle sue creature umane, l’Arcangelo li ritrova e li accompagna. “Ehi, mica male, mi siete riusciti proprio mica male! E pensare che non ero neanche in giornata…Voi non lo sapete, ma entrambi siete i proprietari assoluti di questo Eden, e sta a voi decidere che cosa farne, e come viverci. Ecco la chiave!” Adamo prende la chiave al volo e la passa ad Eva. “Qui ci sono due alberi”, prosegue il Creatore. “Il primo dà frutti copiosi, di sapore cangiante, che faranno di voi, se li mangiate, due esseri eterni, e come gli angeli e gli arcangeli vivrete per sempre. A differenza degli altri animali, però, non avrete prole.
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Essendo eterni, che interesse avreste? L’altro albero, invece, produce semplici mele, nutrienti e di buon sapore. Ma attenti a voi, non vi consiglio di cibarvene. E sapete perché? Non creano l’eternità. In compenso, però, devo essere sincero: grazie a loro, scoprirete la conoscenza, la sapienza e anche il dubbio. E ancora, vi indurranno a creare a vostra volta strumenti di lavoro e macchine come la ruota, il mulino a vento e il mulino ad acqua. Be’, ma non ho tempo di spiegarvi tutto, arrangiatevi da voi! E ancora, queste mele, mangiandole, indurranno in voi il desiderio di abbracciarvi e di amarvi, e grazie a quell’amplesso vi riuscirà di far nascere nuove creature come voi, e popolare questo mondo. Però…però, fate bene attenzione: alla fine, ognuno di voi morirà. E tornerà ad essere polvere e fango, gli stessi da cui siete nati. Pensateci su con calma, e mi darete la risposta fra qualche giorno, addio” …”No, no-grida subito Eva-non c’è bisogno di attendere, Padre Nostro! Per quello che mi riguarda, Padre, io ho già deciso: scelgo il secondo albero, quello delle mele. E non offenderti: a me dell’eternità non interessa più di tanto. Invece, l’idea di sapere e avere dubbi mi gusta assai, e non parliamo poi del fatto di potermi abbracciare con questo maschio che mi hai regalato. Mi piace così tanto che da subito mi è venuto un gran desiderio di amarlo, e so già che questo amplesso sarà la fine del mondo! E infine ti dirò che il fatto di dover morire, davanti alla possibilità di scoprire e conoscere vivendo e tutto quello che ci offri in cambio, be’, mi va bene anche quello. Pur di avere coscienza, conoscenza e dubbi, e provare amore, ben venga anche la morte! Il Padre Eterno, deluso e irato, si rivolge ad Adamo e gli chiede con durezza: “E tu, che decisione avresti preso? Parlo con te, Adamo! Preferisci l’eternità o l’amore, con un principio e una fine?  E Adamo, quasi sottovoce, risponde: “Ho qualche dubbio. Ma sono molto, molto curioso di scoprire questo mistero dell’Amore. Anche se poi c’è la fine”.
“Ho qualche dubbio. Ma sono molto, molto curioso di scoprire questo mistero dell’Amore. Anche se poi c’è la fine”.
FotografiaOra che Dario non c’è più, abbiamo tutti perso qualcosa. A cominciare da quella capacità di scelta profondamente umana, orientata all’amore, alla conoscenza e alla convivialità che è alla base della passione per il vino. Chi scrive ha incontrato Dario negli anni Ottanta, forse i più vulcanici della sua vita.  Mi ero legato d’amicizia col figlio Jacopo, come me nato nel 55, all’epoca impegnato a gettare le basi della libera Università di Alcatraz sulle colline di Santa Cristina di Gubbio, recuperando con pazienza cascinali abbandonati, terre incolte, perfino una torre medievale semidiroccata. Dario arrivava col treno, ed era bello andarlo a prendere alla stazione, sempre elegantissimo con sciarpe e foulard, il panama, il bastone da passeggio. Un gigante che non passava inosservato, non soltanto per la statura cospicua, ma per l’aura di genio e la grandezza interiore che emanava. Sorrideva, e rideva molto, a volte solo con lo sguardo acutissimo. Ma non per questo era meno autorevole, quando, come qualsiasi padre avveduto, dispensava consigli al suo ragazzo. A tavola aveva gusti semplici, ma sapeva riconoscere e ricercava le cose buone. Cibo e vini di territorio, sani e sostenibili, sono da sempre un pallino di Jacopo, che nel suo ristorante bio ha trasferito molti degli insegnamenti paterni. Una curiosità: Dario Fo, in gioventù studente all’Accademia di Brera, ha sempre avuto una grande passione per le belle arti, tanto da dichiarare: "Mi sento attore dilettante e pittore professionista. Se non possedessi questa facilità naturale del raccontare attraverso le immagini, sarei un mediocre scrittore di testi teatrali, ma anche di favole o di grotteschi satirici!" Nel 2010 ha disegnato un’etichetta esclusiva per il Chianti Classico Casanuova di Nittardi, storica azienda toscana appartenuta nientemeno che a Michelangelo Buonarroti.
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FotografiaDal 1981 l’azienda ha creato una preziosa collezione di 30 etichette artistiche e 30 carte seta, usate per avvolgere le bottiglie in edizione limitata, firmate dai più grandi nomi dell’arte moderna e contemporanea, tra cui Mimmo Paladino, Tomi Ungerer, Yoko Ono, Corneille, Igor Mitoraj, Emilio Tadini, Eduardo Arroyo, Friedensreich Hundertwasser, Günter Grass e Pierre Alechinsky. Commentando l’etichetta disegnata da Dario, Peter Femfert e sua moglie Stefania Canali, proprietari dal 1981 della Fattoria Nittardi, hanno affermato: “Dario Fo ha messo insieme il cielo e la terra, creando un nuovo firmamento dove i grappoli d’uva brillano in alto come le stelle” "Sono le immagini di quando ero ragazzo- spiega Dario- le raccolte dell'uva; ho partecipato tante volte alla vendemmia. Ci si arrampicava, poi ci si sedeva, si rideva, si cantava…” A quell’universo della sua infanzia Dario rende omaggio fin dal 1966, inserendo nello spettacolo " Ci ragiono e canto”, da lui diretto, il canto di vendemmia sardo “Curaggiu, bibinnaduri”.  
“Curaggiu, bibinnaduri,
prestu e alzeti le mani;
siddera ppa li agghiani
la vigna punìa fiuri”
(Coraggio, vendemmiatori! Presto, datevi da fare; fosse stato per le fanciulle, la vigna avrebbe dato fiori)
La cultura del vino e del cibo è importante, perché si oppone alla catastrofe. Fino all’ultimo Dario ha puntato il dito contro “coloro che controllano l’economia, la finanza, la politica. Coloro che hanno il controllo totale sull’esistenza di uomini e cose, persino su come si muove il creato; quelli che possono decidere di corrompere l’acqua e l’aria e nessuno li può fermare... I regnanti, insomma. Se fossero uomini di cultura, se studiassero, saprebbero dove sta portando tutto questo e non sarebbero capaci di arrivare a compiere tali scempi, tali compromessi infami”. Amico e sodale di Carlin Petrini, Dario non esitava a schierarsi in difesa dell’ambiente e dello sviluppo agricolo sostenibile, come quando, nel 2012, aveva aperto il convegno internazionale di Terra Madre. Per tutti, anche per noi di Bibenda, è stato un maestro di vita, e un monito importante. Come ha ben detto l’ex sindaco di Milano Pisapia: “La sua vita è stata un gioioso impegno di libertà e di generosità, anche nei momenti più tristi, nei momenti più bui. Dario parlava tante lingue: quella del teatro, quella della politica, quella dell’impegno sociale, quella dei diritti. Tante lingue per ricordarci sempre l’importanza della libertà, della giustizia, dei diritti civili e sociali, della dignità di ogni donna e di ogni uomo”.
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