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Juliette e Carlo di Barolo: una coppia di… Santi

Barbara Palombo
Dal n.169 di
Fotografia

Juliette Colbert de Maulevrier aveva 21 anni quando, il 18 Agosto 1806, sposò il Marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, ultimo erede di una delle famiglie più ricche d’Europa. Il diario di Jiuliette, il suo epistolario e le testimonianze raccolte negli anni, mostrano una donna che non era particolarmente bella ma il cui volto a prima vista scialbo, si accendeva di vivida luce quando lei cominciava a parlare, e allora tutta la sua persona brillava per bellezza e grazia. Era intelligente, riflessiva e perspicace nello stesso tempo, donna di profonda spiritualità e di grande fede; aveva ricevuto una educazione raffinata, su varie discipline, secondo i principi rigorosi della religione cattolica. La sua famiglia vantava parentele con il famoso ministro delle finanze del Re Sole; ma durante la Rivoluzione Francese alcuni dei suoi cari, tra cui sua madre, erano stati ghigliottinati. Il matrimonio tra Juliette e Carlo (nella foto sotto) era stato voluto dall’Imperatore Napoleone (1769-1821) che amava circondarsi di nobili per avere consensi e favori nelle Corti europee. Proprio Napoleone fu il testimone di nozze, con l’Imperatrice Giuseppina Beauharnais ed anche il padre di lei, conte di Maulevrier, ed il padre di lui, Marchese di Barolo.

Una unione combinata ma di immediata intesa fra i due sposi che si innamorarono di un sentimento solido, robusto, in una comunione di modi e di obiettivi di vita. Anche il Marchese Carlo era un uomo di elevata intelligenza e profondità di animo, e si ritrovarono simili in passioni e desideri. Inizialmente la coppia si stabilì a Parigi, dove il Marchese occupava la carica di Ciambellano di Corte. Lì frequentarono personalità del mondo cattolico, politico e letterario. Viaggiarono molto nei diversi Stati europei, arricchendo ancor di più la loro già vasta cultura. Durante il periodo della Restaurazione, i Marchesi decisero di stabilirsi permanentemente nello splendido Palazzo Barolo.

Non ebbero figli, ed abbracciarono ogni giorno di più le virtù cristiane, dedicandosi alle beneficenze. Giulia, come la chiamavano a Torino, apriva quotidianamente la sua casa ai poveri e lavorava per donare loro i sostentamenti vitali. Carlo era impegnato nella promozione di una politica fondata sulla concezione cristiana dell’uomo, e durante il regno albertino diventò Sindaco e Consigliere di Stato. Furono fautori di iniziative sociali nei salotti di aristocratici piemontesi per la soluzione dei problemi legati all’assistenza agli emarginati, ai bambini in difficoltà ed alle fanciulle così dette “perdute”. Lo spirito caritativo dei coniugi Barolo era strettamente legato al loro intenso amore cristiano. Non sempre l’intraprendere queste azioni a favore dei più deboli era cosa gradita al “sistema” dell’epoca, ma la coppia, in particolare Giulietta, che era una donna determinata e d’azione, continuò nelle attività benefiche ed influenzò per lungo tempo la vita intellettuale e politica di Torino e non solo.

Giulia ed il marito si interessavano anche di enologia: i marchesi Barolo possedevano un immenso territorio di tenute agricole nel cuore delle Langhe, in Barolo, in Serralunga ed in Castiglione-Falletto, per buona parte coltivate a vigneto. In quel tempo si allevava il Nebbiolo, che dava vita ad un vino rosato, leggermente frizzante e dolce, in quanto non si sapeva ancora come trasformare tutti gli zuccheri contenuti nel mosto in alcol. Le uve nebbiolo maturavano, come oggi, tardivamente, e si ipotizza che a quei tempi, i primi freddi interrompessero la fermentazione, che avveniva all’esterno sotto ai portici. Nel 1835 esplose l’epidemia del colera, ed i due non esitarono ad essere in prima linea negli aiuti economici e materiali alla popolazione bisognosa, al punto che anche la salute del Marchese di Barolo fu minata, e nel settembre del 1838 morì. Nel suo testamento elencò molte elemosine da destinare ai poveri, agli infermi, ai malati, e nominò erede universale la sua consorte, da lui tanto amata.

Giulia, rimasta vedova, decise di dedicarsi più assiduamente alle vigne ed al Nebbiolo, per aumentare la sua redditualità diretta sempre agli aiuti sociali. La sua vivace intraprendenza la portò a chiedere consigli al suo amico Camillo Benso Conte di Cavour, il quale già si interessava di vino nei territori di sua proprietà, nella tenuta di Grinzane. Il Conte Cavour, aveva chiesto consigli al generale Pier Francesco Staglieno, un nobile con la passione per l’Enologia, autore di un’opera dal titolo “Istruzioni intorno al modo migliore di fare e conservare i vini in Piemonte.” Portò innovazioni di tecniche vinicole: la fermentazione in tini chiusi invece che aperti; l’uso dello zolfo e l’acquisto di botti nuove. In seguito Camillo Benso conobbe un commerciante di vini francese, residente a Genova, molto esperto, dal nome Louis Oudart, che presentò alla Marchesa. Fu lui che consigliò di applicare sul vino prodotto nei possedimenti della Marchesa, le tecniche usate per i grandi vini francesi: si iniziarono ad utilizzare lieviti specifici e furono realizzate cantine sotto terra dove il vino poteva affinare e divenire fine, complesso e strutturato. Insomma furono poste le basi da cui nacque lo stile moderno del Barolo che, per la prima volta nel 1844, venne imbottigliato come vino secco, fermo e rosso.

Fu il successo del “Re dei Vini e Vino dei Re” grazie a Juliette che lo promosse alla Corte dei Savoia e nelle varie Corti europee. È famosa la narrazione che un giorno il re Carlo Alberto disse a Giulia: “Marchesa, si dice un gran bene del vostro vino, pare rivaleggi coi blasonati di Francia, ed io non l’ho mai assaggiato”. Pochi giorni dopo, una lunga fila di carri dentro Torino, trasportava 325 Carrà (botti piatte e lunghe di circa 600 litri), dalla campagna a Corte, una per ogni giorno dell’anno, esclusi i quaranta della Quaresima. Ovviamente l’entusiasmo del Re fu grande, tanto che il capo cuoco della Casa Reale, Giuseppe Vialardi, per 30 anni al servizio nelle cucine dei Savoia, iniziò a presentare ai commensali, assieme alla lista dei cibi, una carta dei vini, proponendo in particolare il Barolo al posto dei tradizionali vini francesi, influenzando non poco i pranzi di Stato. Carlo Alberto decise di acquistare il Castello di Verduno, e le sue tenute di Pollenzo e Santa Vittoria d’Alba, con lo scopo di piantare vigneti di nebbiolo per produrre il Barolo.

Insomma, Juliette fu una donna di grande capacità e caparbietà, saggia, forte e soprattutto di grande generosità di animo. Veniva chiamata “Madre dei poveri”, e dopo la morte del marito proseguì nell’opera intrapresa insieme a lui. Morì il 19 Gennaio 1864. Una coppia veramente lodevole quella dei Marchesi Barolo, modello di comunione coniugale esemplare; è in corso per loro il processo di Canonizzazione. A Carlo e Giulia, forse un giorno coppia di… Santi, si deve il merito di aver contribuito in maniera rilevante alla nascita di quel vino potente, elegante, profumato e longevo che è il “nostro” Barolo.

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