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Allevamenti intensivi e antibiotico-resistenza

Daniele Liurni
Dal n.143 di
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Il rapporto del Cabinet Office del governo britannico contenuto nell’ultimo National Risk Register of Civil Emergencies ha fatto clamore a livello mediatico in tutto il mondo per la gravità dei dati rilasciati in merito al fenomeno dell'antibiotico resistenza: nei prossimi vent’anni, solo nel Regno Unito, oltre 200mila persone saranno esposte a gravi rischi per la salute e 80 mila di queste moriranno a causa dell'inefficacia degli antibiotici. Dati allarmanti se si pensa che l'Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che in Europa i casi di decesso dovuti ad antibiotico resistenza ammontano a circa 25mila l’anno. Il fenomeno risulta dunque in crescita esponenziale, anziché in via d'arresto come sarebbe auspicabile, ed una delle concause di questa grave emergenza sanitaria, oltre l'abuso di farmaci caratteristico della nostra epoca, è un eccessivo e sconsiderato utilizzo di antibiotici veterinari sugli animali da allevamento, che ha provocato lo sviluppo di una grandissima varietà di nuovi batteri antibiotico resistenti trasmissibili all'uomo, oltre a costituire rischio di tolleranza ai farmaci a seguito dell'assunzione costante di carni provenienti da tali animali. A tal proposito sono interessanti due dati: il primo deriva da uno studio pubblicato sulla rivista Nature in cui l'Italia risulta essere, purtroppo, il Paese europeo con il più elevato consumo di antibiotici per animali da allevamento con oltre 400mila tonnellate di farmaci acquistati nel solo anno 2010 e circa 390 mila tonnellate nel 2011, a fronte - per esempio - di Paesi come la Francia o lo stesso Regno Unito che a stento arrivano a superare le 100 mila tonnellate; l’altro dato è ricavabile da una nota inchiesta della rivista Altroconsumo, girata al Ministero della Sanità, in cui si evince che sull'84% di 250 campioni di carne raccolti da polli allevati in Italia, sono presenti diversi batteri antibiotico resistenti.

Proprio gli allevamenti intesivi di pollame sono quelli che più si rivolgono a terapie antibiotiche per la cura degli animali malati, infatti, sebbene la legislazione italiana proibisca tassativamente l'impiego di antibiotici a scopo profilattico, è consuetudine per gli allevatori procedere con una terapia di massa nel caso in cui vi siano anche solo alcuni animali malati: basti pensare che in un allevamento intensivo, secondo dati ufficiali, vivono dai 15 ai 17 polli per metro quadrato ma non di rado si arriva a toccare quota 23, ciò significa che vivendo a così stretto contatto fra di loro gli animali hanno altissime possibilità di contagiarsi a vicenda in tempi brevi, "costringendo" gli allevatori a somministrare farmaci a tappeto e quindi anche ai capi sani o che comunque non mostrano sintomi. È evidente che tale pratica è quanto di più vicino possa esserci ad una profilassi, ma è legale. Contraddizioni tipiche del nostro Paese a cui ormai siamo avvezzi. La soluzione più semplice sarebbe quindi quella di evitare assolutamente il consumo di carni da animali provenienti da allevamenti intensivi, ma purtroppo questo è, come testé detto, il Paese delle contraddizioni in cui McDonald’s è partner ufficiale di un Expo 2015 che dovrebbe incentivare il consumo consapevole e la biodiversità degli alimenti o in cui migliaia di persone si riuniscono festanti in fila di fronte ai primi KFC aperti sul suolo nazionale e, dunque, anche ciò che appare facile in realtà è alquanto complicato.

Come fare infatti a far comprendere agli amanti del "pollo fritto del Kentucky" la qualità straordinaria di un pollo del Valdarno o del francese poulet de Bresse che viene allevato solo a mais, cereali e latte, mentre razzola libero in 10 mq di verde prato a sua disposizione? Come fare a far capire che c'è differenza fra 200 polli che vivono ammassati nello stesso spazio in cui vive un solo poulet de Bresse e quest'ultimo? Con buona pace anche dei fanatici della ormai vetusta ed obsoleta moda del "chilometro zero". È chiaro che se siamo di fronte alle emergenze sanitarie di cui abbiamo parlato in questo articolo è anche perché è ancora scarsamente diffusa una vera cultura gastronomica in questo Paese, che porti ad un consumo responsabile e consapevole dei cibi senza passare a quelle forzature estreme che si concretizzano nel veganesimo o in altre tendenze alimentari che ci privano dei piaceri della buona tavola. Oggi più che mai dunque è importante che, ad ogni livello, noi operatori del settore enogastronomico ci facciamo portatori e divulgatori di un messaggio universale che possa far breccia nelle abitudini delle persone che entrano in contatto con noi: il giornalista col suo lettore, il macellaio, il negoziante e il ristoratore con i loro clienti, il consumatore illuminato con i suoi amici e familiari, devono diffondere informazioni, fare cultura, creare interesse e curiosità, affinché si sviluppi un senso critico collettivo votato alla ricerca della qualità senza compromessi. Ne va della nostra ricchezza come Paese a forte vocazione enogastronomica, ne va del nostro piacere e ne va anche, e soprattutto, della nostra salute. 

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