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Giuggiole

Daniele Liurni
Dal n.135 di
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“Ecco il cortile del nonno, prima che il padre di Giulio emigrasse e facesse anche una certa fortuna in città: il cortile è ingombro di laterizi, perché anche il nonno è capomastro: ma in mezzo sorge un albero bellissimo, con le foglie di un verde come ritagliato in una seta tinta col vetriolo:  e tra una foglia e l’altra innumerevoli frutti piccoli e scarlatti, che sembrano duri e invece a mangiarli sono dolci e teneri, d’una tenerezza un po’ resistente che si prolunga, che si fa succhiare, si concede a poco a poco per farsi meglio godere. È l’albero delle giuggiole …” (Grazia Deledda, "Cinquanta centesimi", in "Sole d'estate", Treves, Milano, 1933)

“Andare in brodo di giuggiole”, quante volte abbiamo pronunciato o sentito questa espressione? La usiamo per raffigurare una sorta di massimo appagamento o di tenera ingenuità, spesso ci siamo andati anche noi, colpiti dai primi amori adolescenziali o persi nei sogni ad occhi aperti di una giovinezza fugace.  Già nel 1612 la troviamo riportata nel Vocabolario degli accademici della Crusca e il suo significato era inteso come “godere di molto di chicchessia”. È alla piacevolezza di un momento che riconduciamo quest'antico modo di dire, momenti dolci che ci fanno stare bene, talmente bene da dimenticarci di tutto il resto, estraniandoci da quel mondo che non di rado ci sembra essere troppo schiacciato, oppresso, dalle amarezze e dalle asperità di un'epoca di decadimento culturale e morale, in cui non v'è più spazio per la Bellezza. Ma cos'è il "brodo di giuggiole"? E perché è così straordinario al punto di essere diventato sinonimo di celestiali sensazioni? Tutto nasce dall'albero del giuggiolo, il cui nome scientifico è Ziziphus jujuba, originario della Siria, che venne introdotto in Cina e in India dove viene coltivato da oltre 4.000 anni. I suoi frutti, chiamati appunto giuggiole, assomigliano ai datteri, sia nella forma che nel sapore, anche se le sfumature di mela e nespola si sentono non di rado nei frutti non ancora maturi. E proprio come le nespole o le sorbe, anche le giuggiole fanno parte di quel genere di frutti ormai dimenticati pressoché ovunque, tranne che ad Arquà Petrarca, piccolo borgo di neanche duemila anime, incastonato nei Colli Euganei in provincia di Padova, ai piedi dei monti Piccolo e Ventolone.

Il nome deriva dal latino Arquatum che durante la Repubblica di Venezia è stato modificato prima in Arquada, poi in Arquà. Nel 1868, in seguito all'annessione del Veneto al Regno d’Italia si decise di cambiare il nome in Arquà Petrarca, in onore del poeta che vi trascorse gli ultimi anni della sua esistenza: Francesco Petrarca conobbe Arquà nel 1364, quando si era trasferito ad Abano Terme per curarsi dalla scabbia. Nel 1365 il poeta divenne canonico presso la collegiata di Monselice e, quattro anni dopo, Francesco il Vecchio gli cedette un appezzamento di terreno proprio ad Arquà. Dopo aver sovrinteso al restauro della sua abitazione, il poeta si stabilì nel paese nel marzo del 1370 definendolo “Il mio secondo Elicona” (Elicona è il monte della Beozia sacro ad Apollo e simbolo della poesia). Qui anche i giardini delle abitazioni private hanno almeno un albero di giuggiolo da cui raccogliere i preziosi frutti dal nettare dolcissimo: gli arquatensi sanno bene che le giuggiole infatti possono essere consumate al naturale, sia fresche appena raccolte che essiccate, o utilizzate per preparare delle ottime marmellate, sciroppi, confetture, gelatine, canditi, dolci, bevande alcoliche e liquorose.

Contengono sali minerali e soprattutto molta vitamina C e, grazie alle loro proprietà lenitive ed antinfiammatorie, le giuggiole vengono utilizzate per la preparazione di decotti espettoranti ed emollienti: insieme a fichi, datteri ed uva sultanina, sono infatti considerate uno dei quattro “frutti pettorali”, usati dai guaritori islamici per la preparazione di un decotto fatto bollire fino all’ottenimento di uno sciroppo denso e molto dolce da bere, come ottimo rimedio per le vie respiratorie infiammate da raffreddamenti ed infezioni. Da qui probabilmente trae origine proprio il tanto noto “Brodo di Giuggiole”, che altro non è che un infuso alcolico di frutta autunnale, fra cui melograno, uva, mela cotogna e ovviamente -per la maggior parte- giuggiola, che viene lasciata macerare per un certo periodo di tempo finché, una volta filtrato il liquido ottenuto e portato alla gradazione di circa 24-25*, non si ottiene un liquore di colore rosso cupo-ambrato, di gusto molto dolce che ricorda quello del "Sangue Morlacco" o di un cherry-brandy più aromatico ed intenso, con note di speziatura dolce. Il Brodo di Giuggiole è una specialità tipica veneta o forse dovremmo dire tipica dei Colli Euganei o ancora più precisamente rappresentativa di Arquà Petrarca, che alle giuggiole dedica persino una festa nel mese di Ottobre. Del resto Erodoto scrisse delle giuggiole nelle sue "Storie", del loro essere dolci come il dattero e che potevano essere usate per produrre un vino, già conosciuto da Egizi e Fenici, ma furono gli antichi Romani ad importare il giuggiolo in Italia dove veniva usato per adornare i templi di Minerva, dea della Saggezza e della Prudenza. Un albero ed un frutto così ricchi di storia meritano una festa e meritano anche di essere conosciuti ed apprezzati dal grande pubblico. A produrre delizioso "Brodo di Giuggiole" è l'azienda agricola Scarpon che lo distribuisce in paese, ad Abano e Montegrotto terme, in qualche negozio di Torino e in poche altre città, motivo per il quale chiunque si trovasse a passare da quelle parti, come il fortunato sottoscritto, dovrebbe approfittare per farne buona scorta, insieme agli altri prodotti a base di giuggiole. E chissà che magari, proprio sotto San Valentino, non possiate andare davvero in brodo di giuggiole con i vostri amati partner, regalando loro una bottiglia di questo elisir ancestrale.

Scarpon
Via Fonteghe, 27
35032 Arquà Petrarca (Pd)
Tel. 0429 718215
www.brododiarquapetrarca.it
info@brododiarquapetrarca.it

 

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