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L’importanza di un menu

Antonella Pompei
Dal n.114 di
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Ora di pranzo di un giorno  di mezz’agosto, Castelli Romani, per l’esattezza Grottaferrata. Bellissima nel suo silenzio assolato, di verde delle piante dei viali e delle colline circostanti, di azzurro del cielo terso, dell’ocra leggero, del grigio e mattone dei suoi palazzi antichi. Cerchiamo un ristorante aperto, impresa non proprio facilissima, dato il periodo. In quello che era la nostra meta troviamo l’avviso “aperto a cena”, idem per altri due. Al quarto tentativo ci va bene, finalmente qualcuno è disposto a darci da mangiare. L’ambiente è rustico vero, non ricreato, scale di legno scuro come gli arredi, pareti scurite dal tempo e dal camino, soffitti a volte, bei piatti di ceramica bianca e blu, ornati da centrini di crochet, vasetti di fiori, una bella atmosfera. Gli ospiti presenti, anche stranieri, mangiano in tranquillità, felici di trovarsi in uno dei luoghi più belli del Lazio.

I piatti offerti sono quelli della tradizione romana e laziale con qualche originale variante: siamo in due e scegliamo, tra gli antipasti, un’ interessante e squisita pancetta croccante all’aceto balsamico di Modena con scaglie di mandorle e semi di sesamo, ed una fresca insalata di ovoli con  parmigiano. Per primo, perfette tagliatelle fatte a mano con porcini e prezzemolo e tagliolini con galletti e pomodorini. Porzioni generose, tanto che ci fermiamo qui. La sola nota dolente in tutto questo è che il menu ci viene recitato a memoria dal cameriere, e non presentato, come ogni ristorante dovrebbe fare, in forma cartacea più o meno curata. Infatti, inevitabilmente, il garbato e professionale cameriere dimentica di citare, nell’elencare i piatti del giorno, i tagliolini cacio e pepe, che avrebbero causato un delizioso dilemma nella scelta tra questi e quelli, pur buonissimi, ai galletti e pomodorini. Ma tant’è. Questo neo del menu inesistente infastidisce il mio ospite, che non è né romano né laziale, e non possiamo fare a meno di concordare sul fatto, ancora una volta accertato, che la ristorazione laziale, pur nello splendore di piatti stupendi e nella disponibilità di straordinarie materie prime, abbia ancora queste mancanze, ormai imperdonabili eppur non rare. Per fortuna, ma abbiamo mangiato benissimo, la carta dei vini invece c’è, ed è molto interessante. La scelta ricade su di un Chianti Classico Riserva 2008, il Rancia di Fèlsina, 100% Sangiovese. Ce lo servono. Nel calice è rosso rubino vellutato, limpido. Il naso si apre con sentori speziati e floreali di viola, fruttati di prugna e di piccoli frutti rossi e neri, un filo di mineralità, note tostate di cacao e caffè, “toscanità” di humus e sottobosco, il tratto evolutivo del balsamico. Del resto, il 2008 è stata un’ottima annata e nel vino si sente. In bocca è una piccola coccola, caldo, coinvolgente nei suoi tannini morbidi e consistenti, ritroviamo la sensazione di viola e la tostatura, un soffio di liquirizia, con una buona persistenza ed una discreta nota acida che gli dona un tocco di freschezza nettante. Perfetto per la nostra pancetta, adeguatissimo alla succulenza della pasta stesa a mano ben condita con il sugo bianco dei porcini e quello, ancor più ricco, al pomodoro dei galletti. Un bel vino.

Fèlsina è un nome che non ha bisogno di presentazioni né di inviti all’assaggio, ma noi l’invito lo facciamo lo stesso, perché pensiamo che degustare un buon vino sia sempre un’emozione. Grande o piccola, starà a voi. E speriamo che, se ci leggerà anche un solo ristoratore che non abbia ancora previsto il menu scritto nel suo locale, vi provveda presto. La ristorazione di qualità lo ringrazierà.

Fèlsina
Via del Chianti 101
53019 Castelnuovo Berardenga (SI)
Tel. 0577 355117
www.felsina.it
info@felsina.it

 

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