Grande kermesse del Gallo Nero
Presentate a Siena dal Consorzio del Marchio Storico le nuove annate del Chianti Classico
Mercoledì 13 Febbraio 2002
Con un interessante convegno dal titolo “Vecchio e Nuovo mondo: il futuro del vino tra terroir e globalizzazione”, il 12 febbraio si è aperta a Siena la due giorni di presentazione delle nuove annate di Chianti Classico, organizzata dal Consorzio del Gallo Nero, che riunisce l’80% dei produttori dello storico marchio. Nelle intenzioni degli organizzatori, il dibattito doveva imperniarsi sulle due dottrine che da tempo si fronteggiano nel mondo del vino: da una parte l’enologia europea impostata sul terroir, dall’altra quella tipica dei paesi nuovi produttori, come USA, Australia, Sud Africa, legata più alle tecniche agricolturali e di cantina e alla presenza in etichetta del nome del vitigno. In realtà gli interventi dei relatori, moderati da Davide Paolini, sono sembrati convergere sul ruolo che il futuro riserverà al nostro vino sul mercato, interno e internazionale, e sull’assoluta necessità sia di valorizzare l’unicità del nostro territorio anche attraverso le moderne tecnologie sia, nello stesso tempo, di rendere chiare e immediatamente comprensibili le denominazioni in etichetta.
A fare gli onori di casa è Emanuela Stucchi Prinetti, presidente del Consorzio, la quale ha tracciato il quadro della situazione chiantigiana, sottolineando come la valorizzazione dell’identità territoriale non implichi affatto il rifiuto dell’innovazione. Angelo Gaja, con la consueta verve oratoria, si è detto convinto che il futuro del vino è nelle mani di coloro che sapranno essere capaci di unire un’accurata conoscenza dei loro territori alla consapevolezza del mercato e alla capacità di operare scelte strategiche, nonché di tutelare e conservare il patrimonio esistente. Il vino italiano, grazie a produttori illuminati, ha saputo uscire dal ghetto cui lo avevano condannato anonimi bottiglioni di vini demetallizzati, iperfiltrati e pastorizzati spediti in tutto il mondo, “globalizzati” in quanto tutti uguali anche se provenienti da zone diverse: dunque lo straordinario patrimonio umano che l’Italia possiede saprà anche in futuro mettere in massima evidenza la qualità dei suoi prodotti, purché non li si mortifichi anche con insulse DOC regionali, come l’insensata DOC Piemonte e quella analoga che si ventila per la Toscana. Ha raccolto la provocazione Riccardo Ricci Curbastro, presidente della Federdoc, riconoscendo come sia necessario impegnarsi maggiormente per rivedere il sistema italiano delle Denominazioni di Origine, che pure rappresenta un valido modo di tutelare la tipicità del territorio. Tuttavia, 23 DOCG e più di 330 DOC sono decisamente troppe, visto che l’80% della produzione nazionale è concentrato soltanto in 80 di tali denominazioni.
Tra gli ospiti stranieri, il californiano Paul Draper, direttore generale dei vigneti Ridge di Santa Cruz, ha sostanzialmente esaltato l’effetto sui grandi vini del terroir, troppo spesso sacrificato a una tecnologia eccessivamente volta all’incremento della produzione, con conseguente effetto di livellamento in basso, seppure a fronte di una riduzione globale dei prezzi e di una conquista del marketing di massa. James Halliday, una delle figure principali del mondo vinicolo australiano, ha sottolineato come la tecnologia abbia svolto e sia ancora destinata a svolgere un ruolo fondamentale nel passaggio a un vino di qualità più alta nel Nuovo e nel Vecchio Mondo, ma non a scapito del terroir, che continuerà a distinguere ovunque i vini migliori. Ma è pur vero, e gli ha fatto eco Claire Gordon-Brown, Master of Wine e grande esperta del mercato britannico, che il Nuovo Mondo ha saputo conquistare ampie quote di mercato grazie a una tecnologia all’avanguardia e a una vinificazione intelligente, attenta alle esigenze dei consumatori. Solo rinunciando a qualcosa della propria individualità, ha concluso Sebastian Payne, anche lui Master of Wine e responsabile degli acquisti della Wine Society, il vino italiano potrà avere successo in tutto il mondo e sfruttare le enormi potenzialità di un vigneto naturale grande come l’Italia.
La scelta sembra essere, dunque, tra l’adeguarsi alle esigenze di un mercato internazionale e l’esaltare la peculiarità del nostro vigneto. Ma, in realtà, una globalizzazione scriteriata del vino italiano avrebbe solo l’effetto di privarci di una ricchezza unica del nostro paese, una serie di territori e vitigni in grado di esprimere un’offerta straordinariamente vasta al mondo degli enofili. Purché, beninteso, si persegua senza tentennamenti la strada della qualità, che tutti riconoscono come l’unica in grado di pagare davvero. Se la tecnologia serve a produrre vini del territorio più costanti qualitativamente e a prezzi più ragionevoli, ben venga; se deve servire soltanto a soddisfare in modo transitorio il gusto effimero di una massa di neofiti, rischia di appiattirci nell’anonimato più triste. Questo, non c’è dubbio, è un rischio che i produttori di talento non possono permettersi di correre: e da quanto si è sentito, siamo sicuri che non lo faranno.
Dalla degustazione del giorno 13 sono emerse buone nuove per l’annata 2000, forse non allo stesso livello della precedente, ma con espressioni di sicuro interesse, e – soprattutto - per le riserve e le selezioni 1999, in grado di esprimersi con veri e propri fuoriclasse che delizieranno sicuramente il palato di amatori ed esperti dei vini chiantigiani.
Paolo Lauciani
A fare gli onori di casa è Emanuela Stucchi Prinetti, presidente del Consorzio, la quale ha tracciato il quadro della situazione chiantigiana, sottolineando come la valorizzazione dell’identità territoriale non implichi affatto il rifiuto dell’innovazione. Angelo Gaja, con la consueta verve oratoria, si è detto convinto che il futuro del vino è nelle mani di coloro che sapranno essere capaci di unire un’accurata conoscenza dei loro territori alla consapevolezza del mercato e alla capacità di operare scelte strategiche, nonché di tutelare e conservare il patrimonio esistente. Il vino italiano, grazie a produttori illuminati, ha saputo uscire dal ghetto cui lo avevano condannato anonimi bottiglioni di vini demetallizzati, iperfiltrati e pastorizzati spediti in tutto il mondo, “globalizzati” in quanto tutti uguali anche se provenienti da zone diverse: dunque lo straordinario patrimonio umano che l’Italia possiede saprà anche in futuro mettere in massima evidenza la qualità dei suoi prodotti, purché non li si mortifichi anche con insulse DOC regionali, come l’insensata DOC Piemonte e quella analoga che si ventila per la Toscana. Ha raccolto la provocazione Riccardo Ricci Curbastro, presidente della Federdoc, riconoscendo come sia necessario impegnarsi maggiormente per rivedere il sistema italiano delle Denominazioni di Origine, che pure rappresenta un valido modo di tutelare la tipicità del territorio. Tuttavia, 23 DOCG e più di 330 DOC sono decisamente troppe, visto che l’80% della produzione nazionale è concentrato soltanto in 80 di tali denominazioni.
Tra gli ospiti stranieri, il californiano Paul Draper, direttore generale dei vigneti Ridge di Santa Cruz, ha sostanzialmente esaltato l’effetto sui grandi vini del terroir, troppo spesso sacrificato a una tecnologia eccessivamente volta all’incremento della produzione, con conseguente effetto di livellamento in basso, seppure a fronte di una riduzione globale dei prezzi e di una conquista del marketing di massa. James Halliday, una delle figure principali del mondo vinicolo australiano, ha sottolineato come la tecnologia abbia svolto e sia ancora destinata a svolgere un ruolo fondamentale nel passaggio a un vino di qualità più alta nel Nuovo e nel Vecchio Mondo, ma non a scapito del terroir, che continuerà a distinguere ovunque i vini migliori. Ma è pur vero, e gli ha fatto eco Claire Gordon-Brown, Master of Wine e grande esperta del mercato britannico, che il Nuovo Mondo ha saputo conquistare ampie quote di mercato grazie a una tecnologia all’avanguardia e a una vinificazione intelligente, attenta alle esigenze dei consumatori. Solo rinunciando a qualcosa della propria individualità, ha concluso Sebastian Payne, anche lui Master of Wine e responsabile degli acquisti della Wine Society, il vino italiano potrà avere successo in tutto il mondo e sfruttare le enormi potenzialità di un vigneto naturale grande come l’Italia.
La scelta sembra essere, dunque, tra l’adeguarsi alle esigenze di un mercato internazionale e l’esaltare la peculiarità del nostro vigneto. Ma, in realtà, una globalizzazione scriteriata del vino italiano avrebbe solo l’effetto di privarci di una ricchezza unica del nostro paese, una serie di territori e vitigni in grado di esprimere un’offerta straordinariamente vasta al mondo degli enofili. Purché, beninteso, si persegua senza tentennamenti la strada della qualità, che tutti riconoscono come l’unica in grado di pagare davvero. Se la tecnologia serve a produrre vini del territorio più costanti qualitativamente e a prezzi più ragionevoli, ben venga; se deve servire soltanto a soddisfare in modo transitorio il gusto effimero di una massa di neofiti, rischia di appiattirci nell’anonimato più triste. Questo, non c’è dubbio, è un rischio che i produttori di talento non possono permettersi di correre: e da quanto si è sentito, siamo sicuri che non lo faranno.
Dalla degustazione del giorno 13 sono emerse buone nuove per l’annata 2000, forse non allo stesso livello della precedente, ma con espressioni di sicuro interesse, e – soprattutto - per le riserve e le selezioni 1999, in grado di esprimersi con veri e propri fuoriclasse che delizieranno sicuramente il palato di amatori ed esperti dei vini chiantigiani.
Paolo Lauciani
Regole per la partecipazione ad attività e corsi
La partecipazione ai Corsi/Eventi è riservata agli Iscritti alla Fondazione Italiana Sommelier in regola con la quota annuale ed è strettamente personale.
In caso di assenza non sono previsti rimborsi e non è possibile farsi sostituire.
I nostri eventi iniziano e terminano sempre con la massima puntualità, non possiamo consentire l’ingresso oltre l’orario stabilito, quindi la sala di degustazione chiude all’inizio dell’evento. Suggeriamo di arrivare con qualche minuto di anticipo e di evitare di uscire prima del termine dell’attività, per non disturbare.
Nelle Sale di Degustazione non è consentito l’uso del telefono e sono vietate le registrazioni audio-video. In considerazione dell’alto profilo delle nostre attività e dei luoghi in cui si svolgono i partecipanti sono invitati a prestare attenzione al proprio abbigliamento. In estate non sono ammessi pantaloni corti o indumenti simili. Sono inoltre pregati di non utilizzare profumi penetranti che pregiudicano una degustazione corretta.
La partecipazione ai Corsi è riservata esclusivamente a chi ha conseguito il Diploma di Sommelier della Fondazione Italiana Sommelier o sta attualmente frequentando il Corso per Sommelier.
In caso di assenza non sono previsti rimborsi e non è possibile farsi sostituire.
I nostri eventi iniziano e terminano sempre con la massima puntualità, non possiamo consentire l’ingresso oltre l’orario stabilito, quindi la sala di degustazione chiude all’inizio dell’evento. Suggeriamo di arrivare con qualche minuto di anticipo e di evitare di uscire prima del termine dell’attività, per non disturbare.
Nelle Sale di Degustazione non è consentito l’uso del telefono e sono vietate le registrazioni audio-video. In considerazione dell’alto profilo delle nostre attività e dei luoghi in cui si svolgono i partecipanti sono invitati a prestare attenzione al proprio abbigliamento. In estate non sono ammessi pantaloni corti o indumenti simili. Sono inoltre pregati di non utilizzare profumi penetranti che pregiudicano una degustazione corretta.
La partecipazione ai Corsi è riservata esclusivamente a chi ha conseguito il Diploma di Sommelier della Fondazione Italiana Sommelier o sta attualmente frequentando il Corso per Sommelier.
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